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    LA PRIMA DELLA SCALA

    di sestinif (12/12/2009 - 11:25)

    Come molti appassionati avranno visto, “la Scala” di  Milano ha festeggiato il Sant’Ambrogio con una splendida “Carmen”, diretta dal grande Daniel Baremboin.

    Fuori dal Teatro e prima che avesse inizio l’opera, si è avuta una contestazione di vario genere, comunque niente a che vedere con quella del 1968, pilotata dal celebre Mario Capanna e che dette luogo a forti scontri con la Polizia.

    Adesso i motivi del contendere sono un  più precisi di quelli del ’68 e cioè, si manifesta per difendere il posto di lavoro, anche se ci sarebbe da distinguere tra gli operai che rischiano “effettivamente” il lavoro (e molti lo hanno già perso) e i musicisti e i dipendenti degli Enti Lirici che rischiano ben poco, forse qualche rappresentazione in meno, ma niente sul piano personale all’interno della struttura artistica.

    Eppure, questo “mischiare” insieme le due problematiche (operai  e dipendenti degli  Enti Lirici) ha prodotto addirittura una situazione che a me è apparsa “comica” - ma potrei sbagliare – in cui si vedono gli spettatori in abito da sera che, prima dell’inizio dell’Opera, fanno un minuto di silenzio per “il lavoro”: ma che cosa hanno voluto dire? Forse una partecipazione emozionale di questi signori che del lavoro conoscono solo il modo di sfruttarlo? Forse una partecipazione all’insegna “lo fanno tutti e allora starò in silenzio anch’io per il canonico minuto”? Non l’ho capita bene e quindi mi astengo dal giudizio, ma vedrete che in ogni modo non sarebbe lusinghiero.

    Torniamo all’esterno e vediamo come stanno le cose: per quanto riguarda i problemi degli Enti Lirici, è chiaro che questi esistono e sono anche di un certo spessore, visti i costi sempre più elevati dei “carrozzoni” dei vari Teatri e delle 14 Fondazioni, tenendo conto che almeno il 70% dei questi costi è assorbito dal personale e dagli artisti.

    E mi sembra sbagliato continuare a chiedere soldi allo Stato, anche perché – contrariamente a quanto viene detto dai sindacati degli artisti – la Finanziaria del 2010, che ha tagliato in molti comparti, è in controtendenza per il settore della cultura, i cui contributi sono addirittura aumentati: 465 milioni di euro contro i 447,8 del 2009.

    Certo che, se gli atteggiamenti dei responsabili di questi Enti non mutano indirizzo e non si toglie i paletti alla riforma degli incentivi, basata su interventi fiscali e creditizi e non più su contributi “a pioggia”, riforma di cui i “carrozzoni” non vogliono neppure sentire parlare, la situazione economica non migliorerà, anche perché questi incentivi non basteranno mai a categorie di operatori culturali che si sono mostrate sempre più rapaci e inefficienti. Da notare che il finanziamento degli spettacoli è quasi esclusivamente pubblico, perché le Fondazioni – all’uopo create – non riescono ad attrarre i soldi del privato e vanno avanti soltanto per auto-referenzialità.

    Ed i vari contestatori del sistema, non si sono mai impegnati a redigere proposte concrete mirate a ridurre i costi delle realizzazioni,  a promuovere l’accesso a nuove fasce di spettatori (penso ai giovani ed agli anziani) ed infine a rendere più produttivi almeno i grandi teatri italiani, quelli che staccano migliaia di biglietti, ma che ciò nonostante sono sempre in profondo rosso.

    Ho conoscenza diretta di alcuni grossi contribuenti del Teatro Lirico della mia città che si sono rifiutati di confermare il proprio “obolo”, motivando la cosa con la mancanza di trasparenza nei conti del Teatro; hanno anche aggiunto che – qualora venissero mostrati i conti e fosse chiaramente visibile una “buona amministrazione del pubblico denaro” – sarebbero pronti a rivedere la decisione; a ieri sera ancora nessuno li ha chiamati per mostrare le carte. Che vorrà dire??

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    LA MORTE: LAICA O RELIGIOSA?

    di sestinif (10/12/2009 - 13:40)

    Nei giorni scorsi ho udito una dichiarazione del Professor Veronesi che mi ha molto interessato: l’illustre scienziato affermava che la morte viene “vissuta” (scusate l’ossimoro) molto meglio dal “non credente” che dal “credente”, cristiano o di altre religioni; questo perché il laico considera la morte come la conclusione logica del viaggio della vita e quindi se ne dà una ragione fisiologica.

    Per la verità, nella storia delle religioni si apprende che la ricerca di un Dio è stata messa in essere dall’uomo per lenire la propria angoscia di morte e quindi si può ragionevolmente dedurre che la sua “invenzione” non discende dal bisogno di Dio ma dalla necessità di rimuovere la paura della morte; l’oggetto del bisogno non è Dio ma la “rimozione” della morte.

    È quindi logico supporre che tutti coloro che non sono riusciti a pervenire alla conoscenza di un Dio, sono rimasti nell’angoscia del momento in cui la loro vita si chiuderà, cioè del momento della loro morte.

    Ho trovato, in un libro di psicanalisi, questo curioso dialogo tra un visitatore dei cimiteri ed un prete addetto agli stessi luoghi: “Padre, Lei prega per i morti?”/ “Prego perché i morti vivano per il bisogno dei vivi; i morti sono nelle braccia del Signore, non hanno bisogno di nulla”/ “E l’inferno?”/ “Conosco quello di questa terra, le ingiustizie del mondo, un mondo che a differenza di quello dei morti non capisce la misericordia e la bontà del Padre”/ “Io ho paura della morte”/ “Anch’io, ma ho tanta speranza in chi mi ha messo in questo cimitero da vivo”.

    Quindi il credente, al contrario dell’ateo,ha la speranza di andare a stare nelle braccia del Signore e lì trovare la pace eterna, che poi sarebbe nient’altro che la serenità che deriva dalla contemplazione di Dio, dei Santi e dei Martiri.

    Colui invece che non crede non ha nessuna speranza e quindi la conclusione della sua vita è solamente un fatto biologicamente accettato.

    Non è dato sapere se il signor Jan Jerzy Wieczorek, quarantottenne polacco, di professione “clochard”, fosse credente o meno; eppure il nostro amico ha esalato l’ultimo respiro in un modo a dir poco raccapricciante: poco dopo l’imbrunire, sdraiato su una panchina di pietra, infagottato in una mucchio di stracci, con vicino alcuni cartocci contenenti viveri ed altri oggetti, mentre tutto attorno a lui la gente sfilava per correre a fare acquisti per il prossimo Natale: siamo infatti in pieno centro storico di Firenze, letteralmente preso d’assalto da italiani e stranieri, tutti alla ricerca dell’oggetto da acquistare per i propri cari; e Jan ha scelto proprio quel posto e quell’ora per morire.

    Le risultanze del medico legale sono state “decesso per cause naturali”; pensate,  questa società non si è presa neppure il disturbo di spendere quei pochi euro per svolgere una autopsia che facesse conoscere le vere cause della morte del signore polacco; perché di qualcosa deve pur essere morto, qualche aggeggio del suo corpo deve avere fatto corto circuito o essere entrato in crisi, insomma uno dei tanti “particolari” che formano il nostro “interno” deve aver fatto le bizze e si deve essere bloccato, facendo così fermare anche la vita del povero Jan.

    Di questa “morte” se ne è parlato solo per metterla in relazione al grande shopping natalizio, poi – ne sono certo – tutto tornerà a  tacere, poiché nella nostra civiltà la morte è stata interdetta, proibita, dichiarata illegittima; in che modo? Semplice, basta non nominarla e crediamo così di averla esorcizzata; ma lei è lì e ci guarda, come fa il condor appollaiato sull’albero,  in attesa del momento per intervenire; e così sarà!!

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    ZIBALDONE N.12

    di sestinif (09/12/2009 - 11:06)

    In questo zibaldone di fine anno mi occupo di tre eventi, modesti forse come rilevanza,  ma che a me hanno interessato per più di una ragione.

    Il primo si svolge a Firenze e vede due squadre di ragazzini (classe 2001) che entrano in campo per una normale partita di calcio; sugli spalti gli spettatori , pochi e composti quasi esclusivamente da genitori, è tranquilla, finché uno dei padri suggerisce al figlioletto in campo di “entrare duro sull’avversario”. Basta questo perché i gradoni dello stadio si trasformino in un campo di battaglia con i genitori delle due squadre che si menano di santa ragione. E i ragazzini/giocatori? Per un po’ continuano a giocare, poi – visto il modo di comportarsi dei genitori –rientrano “disgustati” (questo l’ho aggiunto io) negli spogliatoi, interrompendo il gioco; della serie: per questi “spettatori” non vale la pena di giocare! Bravi ragazzi; ce ne fossero tanti così!!

    Il secondo ha sede ancora in Toscana, precisamente a Pistoia, dove alcuni bambini sono stati maltrattati dalla direttrice e dall’insegnante di un asilo nido; per fortuna dei giovanissimi, un genitore (di professione poliziotto) si è accorto di qualcosa di strano nel comportamento del figlio e così ha istallato delle telecamere che hanno mostrato al magistrato tutte le sevizie e i maltrattamenti di queste due “megere”: schiaffi, punizioni da lager nazista e colpi sulla  testa dei bimbi erano la norma.

    Ma quello che mi ha ancora di più colpito è stato un discorso fatto in TV da una madre, la quale ha affermato che dalla scuola frequentata dal figlio le hanno telefonato per avvertirla di correre subito a scuola perché il figlio si era ferito alla lingua; la donna è accorsa sconvolta ed ha trovato il bambino in un lago di sangue: l’insegnante gli aveva tagliato un pezzetto di lingua, dicendogli “così impari a chiacchierare”; arrestata e processata, la “tagliatrice di lingua” si è vista infliggere ben due mesi di reclusione, ovviamente con la condizionale; la madre, diceva che lei e l’avvocato avevano chiesto una pena severa: se questa è severità! Valla a capire la giustizia!!

    Il terzo è una notizia che ci induce a vedere i programmi televisivi in modo diverso da quello attuale: la cosa più interessante, infatti, sarà contenuta nei titoli di coda; perché, mi chiederete? Ma perché il Ministro “rompiscatole” Brunetta, sta brigando per fare in modo che ogni programma messo in onda dal servizio pubblico, contenga alla fine l’importo dello stipendio che la RAI paga al relativo conduttore.

    E intanto ha preteso che questi dati siano presenti sul sito internet dell’emittente; ed è così che abbiamo appreso che il più pagato è Fabio Fazio, il quale -  per condurre 64 puntate del suo programma “Che tempo che fa” – percepisce un compenso annuo di due milioni di euro; la Ventura è inferiore, di poco, dato che il suo “cachet” e di un milione e ottocento mila euro, e la Carlucci, per la sola trasmissione “Ballando con le stelle” si porta a casa 1,2 milioni di euro, mentre la Dandini e Santoro prendono 710mila euro (quest’ultimo è stato reintegrato con il ruolo di Direttore; complimenti!!).

    La Milena Gabbanelli, autrice di “report”, la trasmissione che ha un ruolo veramente importante e di recente ha permesso alla Polizia di rintracciare il tesoretto di Tanzi, percepisce meno della metà di quello che prendono i suoi colleghi “giornalisti”!!

    Da notare che l’idea di Brunetta – per quanto demagogica – ha un suo interesse, anche se non tiene conto di un dato assai importante: gli “ascolti” ed il conseguente indotto pubblicitario, per cui il mezzo milione della Clerici per il Festival di Sanremo, se paragonato ai 600mila euro dati alla Bignardi (media ascolti 11%) per “L’era glaciale” appare come una semplice “mancia”. Chiaro il concetto??

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    SALVARE LA TERRA

    di sestinif (07/12/2009 - 17:35)

    Il titolo mi sembra assai catastrofico e supponente, ma è quello che la maggior parte dei quotidiani riporta nell’edizione  odierna, in sede di presentazione  della Conferenza sul clima che si tiene a Copenaghen e  che vedrà schierate – le une contro le altre – ben 192 Nazioni di tutto il pianeta: è ormai chiaro che per “crescere” è indispensabile usare più energia e, così facendo, si producono più sostanze inquinanti.

    Perché dico che i vari Paesi sono schierati su fronti diversi? Beh, anzitutto c’è il dualismo Cina-USA, con i primi che non accettano i termini di riduzione imposti dal recente accordo e incolpano gli Stati Uniti di produrre molto più CO2 di quello che fa la Cina senza per questo “pagare dazio”. Ma vediamole queste emissioni: gli USA sono ovviamente in testa a questa classifica con 25 tonnellate di CO2 per ciascun abitante emesse in un anno, seguiti dal Canada con 24, dalla Russia con 16 e da Giappone e Germania con 12, mentre Inghilterra  e Francia ne producono 11 e l’Italia 9.

    È chiaro che continuando di questo passo è facile prevedere che la Terra prima o poi s’incazzerà e ci ripagherà con gli interessi; ma quali contromosse sono state proposte finora? Dico subito che siamo sul deludente spinto: gli U.S.A. propongono una riduzione del 17% da realizzare entro il 2020, ma prendendo per base i dati del 2005 e quindi si ha un modesto -4% rispetto al 1990: molto meno di quanto si erano impegnati a fare  nel 1997; la Cina invece propone un taglio all’intensità energetica del 40/45% e l’India del 20/25%; su questa strada sembra che nessuno li segua e quindi i due paesi/continenti potranno dire di averlo proposto ma che nessuno ha accettato e quindi continuare con l’inquinamento attuale.

    Prima dell’inizio dei lavori e quindi delle proposte ufficiali, ci sono state alcune dichiarazioni che meritano di essere riportate; la prima è del capo della delegazione dell’Arabia Saudita – com’è noto maggiore produttore di petrolio – che propone una singolare equazione: “se per combattere il cambiamento climatico le nazioni ridurranno il consumo di combustibili fossili (petrolio) allora dovranno pagare una compensazione ai paesi produttori”; come dargli torto: dopo avere inquinato per fare arricchire tutti i vari sceicchi del Golfo  Persico, non è proprio il caso di smettere: ormai sono abituati a questi ritmi e non possono certo ridurre le spese (mogli, cavalli da corsa, palazzi sontuosi, auto di lusso, ecc.).

    Curiosa anche la proposta di Paul McCartney indirizzata all’abolizione della carne nel menu delle nostre tavole: “una bistecca inquina più di un’auto”; per la verità non spiega quale sia il processo da cui deriva quanto sopra, ma forse pensa che noi si capisca lo stesso: io non l’ho capito, e voi?

    E per concludere,  molto spiritoso il cartellone fatto affiggere da Greenpeace nelle strade di Copenaghen in cui si vede un Obama incanutito, ripreso tra venti anni, mentre dice: “mi dispiace per quanto non è stato fatto per salvare il Mondo”. Potremmo rispondergli che non si accettano scusanti. Ma mi sembra inutile, pensando che pochi tra noi ci saranno tra venti anni per vedere cosa è successo!

    Il problema è racchiuso molto bene nelle parole usate dal Capo Delegazione dei Paesi in via di sviluppo: “i Paesi ricchi hanno creato il problema e non hanno mantenuto – Europa esclusa – gli impegni di Kyoto; non possono coinvolgere i Paesi in via di sviluppo in accordi vincolanti e – per loro – penalizzanti”;  insomma si ritorna a quanto già detto: senza energia non si progredisce e i Paesi in via di sviluppo questo slogan lo conoscono fin troppo bene.

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    FIAT VOLUNTAS TUA?

    di sestinif (06/12/2009 - 11:29)

    È in corso, durante queste ultime settimane, una sorta di “braccio di ferro” tra la FIAT e il Ministero dell’Industria, capitanato da Claudio Scajola; vediamo anzitutto – come di consueto – i termini della questione.

    L’azienda automobilistica torinese, dopo avere invocato il rinnovo degli incentivi anche per il prossimo anno, ha cominciato a prendere le distanze dalla “sua” fabbrica di Termini Imerese, pronosticando per questa struttura un futuro, più i meno prossimo, di riconversione ad altre produzioni, in quanto la fabbricazione delle auto in quel sito è – a detta della FIAT – fortemente penalizzante: si parla addirittura di una “rimessa” di 1000 euro per prodotto uscito da Termini, rispetto ad analoga automobile prodotta in altro sito industriale.

    Da qui il discorso si sposta sui soldi: la FIAT deve avere probabilmente detto al ministero che non è in grado di sopportare questo onere produttivo e quindi di riversare tale “rimessa” nelle casse dello Stato; in quale modo? Con un apposito incentivo, questa volga alla produzione anziché al consumo.

    Fin qui è tutto chiaro: da una parte c’è una azienda che cerca di ridurre un costo aggiuntivo e dall’altra c’è lo Stato che sa bene come una chiusura o un ridimensionamento di uno stabilimento industriale in una zona già fortemente depressa come la Sicilia, provocherebbe grosse conseguenze sul piano sociale.

    Ed allora ecco la mossa “a sorpresa” del Ministro Scajola: in una intervista ha dichiarato che la FIAT immatricola in Italia molte più auto di quelle che ne produce e quindi sarebbe l’ora di equilibrare questi dati, cioè di arrivare a produrre più auto nel Paese dal quale riceve aiuti ed Assistenza (in svariate forme).

    Dobbiamo convenire che il concetto espresso dal ministro non fa una piega e si concretizza in questo: poiché al momento gli incentivi sono “al consumo”, lo Stato fornisce contributi per autoveicoli che vengono prodotti in altri Paesi magari dove la mano d’opera è a più basso livello e le condizioni che la FIAT riceve da quello Stato sono decisamente migliori; la sintesi sarebbe questa: vai a farti dare gli incentivi dalla Polonia o dal Brasile, luoghi dove sorgono imponenti strutture industriali del colosso torinese.

    Insomma, i dati che Scajola ha fornito alla dirigenza FIAT in attesa dell’incontro del 21 dicembre, sono i seguenti: nell’intera Europa, la produzione automobilistica è generalmente superiore alle richieste del mercato interno (in Germania si produce il 179% della domanda, in Spagna il 166%, in Francia il 105%); solo due paesi sono in contro tentenna: la Gran Bretagna con un 68% di produzione e, dato ancora maggiore, l’Italia con appena il 30% del mercato prodotto in casa.

    Tra l’altro, al momento la FIAT produce in Italia circa 600mila auto, ma in passato questo dato è stato di 1,6milioni; si chiede il  Ministro – e mi chiedo anch’io – perché non si può tornare alla produzione di un tempo, stante anche le problematiche dell’occupazione innescate dalla crisi e ancora non sopite?

    Certo che questo concetto sfiora il protezionismo, anche se non  lo investe in pieno, ma ha una sua logica che i dirigenti torinesi non possono negare ed anche l’Europa credo che sarebbe molto più appagata se questi incentivi beneficiassero la reale produzione dell’autoveicolo.

    Ma in Italia e ancora di più in Europa, quando una cosa è “semplice e logica”, trova maggiori ostacoli di quelle “astruse e complicate”: che vorrà dire??

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    ANDARSENE DALL'ITALIA ?

    di sestinif (04/12/2009 - 14:47)

    Nei giorni scorsi due “personaggi” del generone italiano (il termine “generone” significa, secondo il Devoto-Oli, “la nuova borghesia romana, in gara per sostituire l’aristocrazia”), hanno fatto delle dichiarazioni, a dir poco, sorprendenti: ha cominciato la presidente dei giovani industriali, Federica Guidi, figlia di un grosso personaggio della Confindustria, la quale ha detto che – dall’alto della sua lungimiranza – vede per i giovani italiani un futuro di lavoro solo se saranno disposti a vivere cinque anni in India, cinque anni in Cina, cinque anni in Brasile e via di questo passo; non dice, per la verità, il motivo di questo peregrinare, ma possiamo indovinarlo: andare dietro alle piazze dove la globalizzazione detta legge in quel certo momento.

    Nell’intento della signora o signorina Guidi, c’era forse l’idea di impaurire i giovani prospettando loro un futuro “senza radici”, ma non credo che ci sia riuscita: magari fosse vero che il futuro ci permetterà di girare il mondo attraverso un lavoro ben retribuito; anche io che non sono più giovane ci metterei la firma; credo invece che si sia prospettato un  futuro nel quale la de-localizzazione la farà da padrona e quindi i nostri giovani inseguiranno la loro azienda in giro per il Mondo; mi auguro di sbagliare, ovviamente, ma temo che le cose stiano proprio così.

    L’altro personaggio che ha “esternato” è stato Pier Luigi Celli, attraverso una lettera a suo figlio”, nella quale invita il giovane ad andarsene, ma motivandogli questo invito con la presentazione di una Italia nella quale  “i problemi per loro aumentano sempre di più: anzitutto non c’è rispetto per l’impegno, da noi vince la furbizia sulla correttezza, i raccomandati sui meritevoli, il vecchio sul nuovo”.

    Ed allora, vediamo chi è questo signore che fa uno spaccato del nostro Paese così rispondente alla realtà, così vivido e pregnante che anche io potrei sottoscrivere: il Celli, negli ultimi tempi, è stato per tre anni Direttore Generale della Rai, lasciata la quale è passato alla direzione generale dell’Università LUISS, diventando anche membro del CdA del gigante del gioco “Lottomatica”, della municipalizzata “Hera” e di “Messaggerie Libri”.

    Nella sua lettera-provocazione al figlio, non mi pare di rilevare alcun annuncio di dimissioni da qualche carica che al momento il “padre-preoccupato” riveste; ed allora come la mettiamo con l’appunto di cui sopra “da noi vince il vecchio sul nuovo”?

    Caro Celli, intemerato gestore del potere, invece di invitare il figlio a lasciare l’Italia, sarebbe meglio che fossi tu a lasciare alcuni posti che occupi, favorendo così l’ingresso di talenti ed energie nuove; e poi,  alcune eccellenze ci sono anche qui da noi e, in particolare, nell’Università che dirigi, ma forse frequenti poco (con tutti gli impegni che hai!!): centinaia di studenti danno vita al Bar-camp, conferenze di analisi auto-gestite, di livello sempre più alto che dimostrano come  talvolta anche uno indaffarato come te dovrebbe trovare il tempo di affacciarsi nel cortile di casa e dare un po’ più di fiducia ai tanti giovani che  si rimboccano le maniche per fare qualcosa di utile a loro stessi ma anche al Paese.

    E per concludere, caro Celli, la prossima volta che ti scappa di esternare, usa uno strumento  diverso da “La Repubblica”, giornale di proprietà di quel Carlo De Benedetti, che interpreta a modo suo il tuo appello, cioè prendendo il domicilio fiscale in Svizzera pur continuando a  vivere e lavorare  prevalentemente in Italia: questi non sono esempi da fornire ai giovani. Chiaro il concetto??

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    SESSO-POLITICA-GIORNALI

    di sestinif (03/12/2009 - 14:14)

    Sembra quasi che i nostri giornalisti non sappiano parlare d’altro che delle marachelle sessuali degli uomini di potere; e quando ci casca qualcuno di importante, non perdono tempo e cominciano a sguazzare nel torbido come se da questo dipendesse la vita della Repubblica, e senza chiedersi quale reato abbia commesso lo sporcaccione.

    Si è cominciato con Berlusconi – sporcaccione di natura – del quale se ne sono descritti tutti i vizi, a cominciare dalle “escort” pagate profumatamente, fino alle ragazzine che si sarebbe portato a letto e per concludere con le belle donne con le quali sembra che si sia scambiato dei favori:  tu sei “gentile” con me e io ti nomino ministro; detto tra noi non credo sia andata così, ma tutto è possibile.

    Abbiamo poi avuto il filone Marrazzo che ha introdotto il problema “trans” (Brenda, Natalie ed altre); dal modo con cui i giornali hanno descritto la situazione sembrerebbe che una nutrita schiera di politici – equamente suddivisi nei vari schieramenti – siano frequentatori di questi “uomini/donne”; il bubbone è scoppiato quando un paio di persone (carabinieri?) hanno tentato un ricatto al Presidente delle Regione Lazio e da quel momento si è “straparlato” su questo particolare comparto del mercato del sesso.

    Adesso c’è l’ultimo esempio di questi miasmi velenosi: è stato preannunciato un video porno in cui la Mussolini si “congiunge” con il destrorso Roberto Fiore in una stanza della sede di quest’ultimo; il tutto sarebbe stato ripreso dalle telecamere di servizio in funzione nell’appartamento: peccato che non risulta che in quelle stanze ci fossero telecamere e quindi è facile dedurre che si è trattato di una bufala; ma intanto le prime pagine dei quotidiani hanno sparato il titolo a caratteri cubitali.

    In tutti questi casi abbiamo il combinato disposto del ”potere” unito al “sesso”, entrambe le cose messe in modo da sembrare peccaminose e illegali, ma se guardiamo bene, non ci sono reati e quindi la prima pagina dei giornali è usata soltanto per fare “gossip”, cioè per sputtanare il potente di turno; e su questo aspetto vorrei pormi questa domanda: ma è sempre stato così?

    La risposta è molto semplice e netta: assolutamente no! Ed a questo scopo voglio ricordare a coloro che per età o per scarsa memoria lo hanno dimenticato, un paio di episodi accaduti in passato che non hanno dato luogo a nessun articolo di giornale.

    Il primo avviene negli anni a cavallo tra il ’50 ed il ’60; il Presidente della Repubblica è Giovanni Gronchi, D.C., e grande “estimatore di belle donne”; ebbene, finché era rimasto a fare il deputato, era stato facile fare il dongiovanni, ma quando divenne inquilino del Quirinale, sorse il problema di trovare il modo con cui le varie “donne” potevano accedere alla presenza del Presidente: si trattava di dame dell’aristocrazia, ma anche di soubrette del varietà; insomma il nostro Giovannino sceglieva il meglio e tutte gli cadevano ai piedi; e così a continuato fino alla fin!!

    Fu poi il caso, negli anni a cavallo tra l’80 e il ’90, dell’allora Presidente del Consiglio, Bettino Craxi, il quale aveva varie relazioni, ma una donna, in particolare, era quella “ufficiale” ed aveva la sua camera adiacente a quella di Bettino all’Hotel Rafael dove il politico alloggiava durante la settimana.

    Ebbene, in entrambi i casi – Gronchi e Craxi – tutti sapevano tutto, ma la stampa non ne parlava; perché? Forse perché la gente dell’epoca non lo avrebbe gradito, mentre adesso tutti noi ci inzuppiamo il pane; forse è così o forse il motivo è un altro, ma di sicuro vi posso confermare -  io c’ero purtroppo - che tutti noi si sapeva, ma nessuno stampava niente; vi basti dire che la “donna di Craxi” la conoscevo anch’io!!

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    LA SVIZZERA E I MINARETI

    di sestinif (02/12/2009 - 08:22)

    Chiariamo bene cosa sono i  minareti: sono torri, aventi notevole sviluppo verticale, adiacenti alle moschee, dalle quali il muezzin ripete, in date ore del giorno, l’appello alla preghiera ai credenti musulmani; noi ne abbiamo tre: a Roma, Milano e Catania.

    Andiamo avanti e vediamo cosa è successo in Svizzera: un referendum indetto senza grandi pretese di successo, si è invece rivelato un grosso boato politico: si è chiesto alla cittadinanza elvetica se voleva o no la costruzione di nuovi minareti nel loro territorio; la risposta è stata quasi plebiscitaria: su 26 cantoni nei quali è suddiviso il Paese (7.7 milioni di abitanti) solo quattro hanno bocciato l’iniziativa anti-minareti (Ginevra, Basilea città, Neuchatel e Vaud) mentre negli altri hanno trionfato coloro che non  vogliono i minareti, anche con percentuali importanti (68% in Ticino e punte oltre il 70% ad Appen); la media è stata del 57% favorevole alla “non costruzione di nuovi minareti” e quindi tale voto modifica immediatamente la Costituzione svizzera, alla quale viene aggiunto un capoverso che recita: “L’edificazione di minareti è vietata”; una frase brevissima, ma il cui impatto appare ancora difficile da misurare.

    In tutta Europa si sono sprecati i commenti sulla vicenda e da più parti la Svizzera è stata tacciata di xenofobia; in questo sport si è particolarmente distinta la U.E., la quale – pur non essendo la Svizzera membro dell’Unione – si è scagliata contro il risultato referendario, mostrandosi rammaricata e preoccupata dell’esito di tale consultazione.

    Uno dei promotori dell’iniziativa, il parlamentare svizzero Oskar Freysinger, ha rilasciato la seguente dichiarazione che mi sembra chiarissima ed emblematica della situazione e degli obiettivi dei referendari: "Il divieto dei minareti non cambierà niente per i musulmani, che potranno continuare a praticare la loro religione, a pregare e a riunirsi. Si tratta di un messaggio,con cui la società civile vuole mettere un freno agli aspetti politico-giuridici dell'Islam".

    Insomma, il messaggio che i cittadini svizzeri lanciano ai musulmani è semplice: nessun veto alle vostre preghiere purché vengano svolte all’interno della moschea; divieto invece di svolgere attività di carattere politico da parte della comunità islamica.

    Ovviamente questo concetto viene espresso solo dai promotori dell’iniziativa, mentre le strutture governative svizzere – colte di sorpresa dal risultato del  voto – tendono a minimizzare gli effetti del referendum, affermando che “è soltanto un voto contro nuovi edifici”; a casa mia si chiama nascondersi dietro un dito, ma è chiaro che non avrebbero potuto dire niente di contrario a questo.

    Intanto, l’iniziativa si sta espandendo a macchia d’olio e prende l’avvio dai Paesi Bassi, dove il leader della destra xenofoba ha annunciato che “chiederanno al governo di far sì che sia possibile un simile referendum in Olanda”.

    E in casa nostra? Mentre il Vaticano ha paragonato il referendum sui minareti alla sentenza sul crocifisso, bollando entrambe le iniziativa come “un duro colpo alla libertà religiosa ed all’integrazione”, le forze politiche sono – come al solito – divise anche all’interno dei singoli partiti.

    E la gente comune? È ancora presto per avere delle opinioni ponderate, cioè significative sia in termine di numeri che della valenza statistica, ma a lume di naso, sembra prevalere l’appoggio agli anti-minareti, anche perché il modo come è stata impostata la questione da parte dei referendari svizzeri (sì alla religione musulmana; no all’espansionismo politico dell’Islam), trova moltissimi sostenitori nel nostro Paese: speriamo non sia una scusa per coprire il razzismo!!

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    LA SPECULAZIONE E' SEMPRE ATTIVA

    di sestinif (30/11/2009 - 14:59)

    Mentre negli Stati Uniti si cerca di mettere a punto tutta una serie di norme ed altrettanto avviene in Europa e negli altri Paesi, la speculazione non demorde e continua la sua attività – per me – truffaldina.

    L’ultima idea dal suggestivo nome di “carry trade” (letteralmente “portare fuori gli affari) è di una semplicità disarmante, ma al tempo stesso fortemente pericolosa: consiste nel prendere a prestito il denaro dove costa poco e reinvestirlo in quei Paesi  dove i rendimenti sono più alti; tutto chiaro, tutto ovvio, ma solo finché la situazione resta quella di adesso, perché basterebbe un lieve rialzo dei tassi iniziali per mandare tutta l’operazione a gambe all’aria e quindi costringere chi ha comprato degli asset (azioni, obbligazioni, ecc.) a liberarsi il più velocemente possibile di quanto ha in portafoglio ed è facile immaginare il terremoto che succederebbe nel mondo con questo improvviso “arrivo” di beni finanziari a basso prezzo.

    Facile quindi prevedere il grosso dilemma nel quale si trovano le banche centrali europea e americana: se alzano i tassi potrebbero raffreddare l’entusiasmo che si respira in giro e che produce quell’ottimismo assolutamente indispensabile per la ripresa; d’altro canto, se non alzano il costo del denaro, aiutano indubbiamente la ripresa, ma allo stesso tempo rischiano di alimentare la speculazione finanziaria fino al  momento in cui non sarà possibile fare marcia indietro senza farsi del male.

    Se volete un mio parere in proposito, vi dico subito che questa forma speculativa è assolutamente indifendibile, in quanto si tratta proprio di quell’uso “non produttivo” che paga soltanto il singolo investitore senza nessun ritorno per la società.

    La crisi del Dubai è invece di altro tenore e sembra già sulla via della soluzione visto l’intervento dei “cugini” di Abu Dhabi; ma cosa era successo? Semplicemente che la Dubai World, il maggior gruppo costruttore di tutte le meraviglie della zona - dall’isola “finta” ai prestigiosi alberghi a 7 stelle – ha chiesto ai creditori una moratoria di sei mesi per la propria situazione debitoria di 59 miliardi di dollari; chi sono questi creditori? Almeno in apparenza non ci sono banche italiane, ma ce ne sono molte inglesi e francesi; quindi, l’Italia dovrebbe essere fuori dal turbine, ma allora come mai la borsa di Milano ha perduto quasi il 4%, più di quelle delle altre capitali europee?

    Da più parti si è subito gridato al “default” (cioè all’insolvenza), anche se il colosso immobiliare parla di “moratoria provvisoria” e non di altro; tutto questo – a detta degli analisti – era più che prevedibile, visto che il prezzo degli immobili nel Dubai si è dimezzato negli ultimi mesi e, nonostante questo, gli immobili restano invenduti.

    Diamo per scontato – anche se non è detta l’ultima parola – che la “bolla” speculativa in Dubai non ci scoppierà tra le mani e vediamo di concludere questa nota in modo umoristico: il nome Dubai è il participio passato del verbo “dubbiare” che – secondo il Devoto Oli – significa letteralmente ”essere in dubbio, dubitare”; ed allora mi chiedo e vi chiedo: ma come è possibile investire tutti quei miliardi (di dollari) in un paese che è l’antitesi della sicurezza? E di nuovo nel campo immobiliare, quel comporto che ha dato origine a tutti i guai in America, i quali si sono poi sparsi in tutto il mondo.

    Insomma, invece di dire “investii in Dubai” sarebbe stato molto meglio che si fosse detto  “dubitai e non investii”; ma bando agli scherzi e parliamo di cose serie: pensate un po’ cosa succederebbe se i vari “Emiri” di quelle parti, al fine di ripianare il colossale debito, aumentassero il costo del petrolio, unico bene posseduto, di una decina di dollari al barile: sarebbe uno sfacelo per il mondo intero. Chiaro il concetto??

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    UNA BELLA NOTIZIA SULLA TV

    di sestinif (28/11/2009 - 20:18)

    Può non volere dire “niente”; può essere un “caso”; può essere soltanto una coincidenza di palinsesto; insomma, può significare tante cose e niente, ma la realtà ci dice che “Il grande fratello”, il reality trasmesso su Canale5,  è in grossa crisi e si comincia a pensare ad una chiusura anticipata.

    Già martedì scorso i dirigenti della struttura programmi di Mediaset erano in riunione per esaminare i motivi – ammesso che ce ne siano – per i quali la puntata del lunedì precedente era stata “strapazzata” da “nonno Libero” che aveva ricevuto dal pubblico uno share doppio di quello fatto registrare dal reality.

    Poi c’è stata la rissa (sfiorata o realizzata?) tra un certo Mario e un certo Massimo, per colpa di una graziosa Brunetta alla quale il primo avrebbe mancato di rispetto; l’episodio è stato “oscurato”, cioè le telecamere poste in quella stanza sono state disattivate e questo può significare due cose: anzitutto che le cose avvenute non sono “da dare in pasto” alla gente, oppure che non è successo niente, ma la struttura di comando sceglie di “far credere” alla gente che sia successo il finimondo.

    Comunque sia, i dati parlano chiaro: l’edizione di quest’anno è iniziata con un ascolto di circa 8 milioni che è sceso rapidamente fino ai 5 di adesso: abbiamo avuto una contrazione degli ascolti superiore al 30%.

    Dopo dieci anni la crisi – già registratasi negli altri paesi – è arrivata anche in Italia e tutti, dai dirigenti televisivi alla struttura venditrice del format (la Endemol) si chiedono cosa stia accadendo, cioè se si tratta di un fatto scontato su cui non c’è niente da fare, oppure se c’è qualcosa di sbagliato nei protagonisti di questa stagione.

    Sulla scorta di questa ricerca di soluzioni, non ritengo possibile che sia una rissa in più o una in meno a sbrogliare la matassa e quindi dico a Canale 5 che non è questa la soluzione; forse sarebbe opportuno rivedere i criteri di scelga dei concorrenti e indirizzare i loro discorsi su cose facenti parte della “nostra” realtà di tutti i giorni e non fossero invece campati in aria e completamente vuoti di significato.

    In sostanza, si potrebbe tentare di legare le poche attività intellettuali dei concorrenti alla realtà della cronaca o della vita reale così come appaiono nelle trasmissioni di approfondimento di tutte le televisioni; la gente vedrebbe così questa ciurma di personaggi un po’ meno “marziani” e un po’  più come esseri veri uguali agli altri.

    E poi c’è la base di tutti i discorsi: qual è la vera carta vincente del grande fratello? Il potere smirciare in casa d’altri, in tutti i posti (esclusi i bagni) e sentire e vedere quello che fanno e dicono questi uomini e queste donne: questa è la sottile perversione!

    Cioè, come ho già avuto modo di dire in altre occasioni, siamo in presenza di un grosso “buco della serratura” che viene messo a disposizione della gente per guardare in casa d’altri; ma se nella casa in cui entro per mezzo del buco della serratura non c’è niente di interessante, ossia niente che richiami i miei istinti o i miei desideri, anche quelli peggiori e di più infimo livello, cosa guardo a fare? Forse mi diverto di più con una “fiction” del genere che a me interessa di più (avventura, giallo, sesso, ecc)

    Ed allora, eccoci giunti alla pietra angolare del concetto: se la struttura televisiva desidera avere più successo, è necessario che il reality si tinga di una patina – sfumata quanto volete – di sessualità, cioè si replichi altri casi precedenti di amori ed amorazzi; sono un cinico? Può darsi, ma conosco i miei polli e poi non ho detto che “vada bene” fare ciò, ma solo che, se si vuole fare audience “bisogna” fare così. Chiaro il concetto?

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    POTENZA DELLA TV

    di sestinif (27/11/2009 - 13:25)

    Ricorderete che una volta – non tantissimi anni fa – si diceva che “esiste solo ciò che passa in TV”, intendendo che le informazioni la gente le prende dalla televisione; si diceva anche che l’apparecchio televisivo era una sorta di elettrodomestico ed anche che fungeva da babysitter (qualcuno parlava di mamma RAI).

    Oggi dobbiamo andare oltre e parlare della TV come lo strumento che genera tutti i contenuti mediatici, o meglio ancora, il perno attorno a cui ruotano le informazioni – serie o frivole, vere o false – della nostra società, rielaborate poi in mille altri modi dagli altri media, come le “rete internet” o i giornali, ma sempre riconducibili a quel grande schermo che troneggia nei nostri salotti.

    Una canzoncina di Arbore diceva che “tu comandi finché possiedi il telecomando”, in quanto la scelta della stazione su cui sintonizzarci è l’unica possibilità che è rimasta al pubblico di oggi di essere un po’ (soltanto un po’, perché l’indipendenza dal mezzo è falsa) liberi di vedere quello che vogliamo; in realtà non è così dato che i palinsesti sono molto simili e le notizie provengono tutte dalla stessa matrice.

    Vediamo tutti che i nuovi media (internet, blog, facebook, ecc.) sono ormai dilaganti nella società attuale ed hanno occupato un ruolo rilevante nella vita di moltissimi italiani, ma senza che tale atteggiamento arrivi a sottrarre utenti alla T V.

    Per ora, nessun canale di comunicazione può ambire ad essere il centro su cui far ruotare la galassia mediatica; l’unica è la televisione generalista che – in virtù del linguaggio accessibile a tutti (anche se non da tutti compreso appieno) – può aspirare a ricoprire questa funzione specifica.

    Solo la vecchia, cara, onusta di gloria, televisione per tutti, può mediare tra i diversi linguaggi della comunicazione e accompagnare gli utenti alla “decodifica” dei tanti modi di apparire  sul palcoscenico della comunicazione.

    Insomma, quello che intendo è che la TV è quel mezzo che raccoglie, rilancia e diffonde le informazioni disseminate nella galassia mediatica, ma soprattutto detta gli argomenti su cui impostare il discorso.

    Facciamo un rapido esempio che mi perviene dal Censis e che quindi ha una certa credibilità e prendiamo due trasmissioni tipiche della tv generalista, “XFactor” di Rai2 e ”Il grande fratello” di Canale5; ebbene, il 62% degli italiani conosce questi programmi, ma solo il 17% ne ha seguito costantemente almeno uno dei due, mentre il 24% ne  ha seguito uno, ma saltuariamente, ed il 21% degli italiani intervistati ha dichiarato di conoscere questi programmi pur non avendoli seguiti ma solo perché “se ne è parlato molto”: la metà di questi, ne ha parlato con amici e conoscenti, l’altra metà ha seguito trasmissioni televisive che ne parlavano.

    Da questo si deduce che la televisione è in grado di “imporre” i suoi programmi al suo pubblico – anche se non seguiti – cosa che gli altri non riescono assolutamente a fare.

    Quindi possiamo dire che la comunicazione di “una certa cosa” se passa attraverso una televisione generalista acquista conoscibilità in forma esponenziale su tutti gli altri strumenti e pertanto lo slogan di una volta – “esiste solo ciò che passa in TV” – adesso può essere modificato in “se qualcosa esiste prima o poi passerà in TV”.

    È chiaro che se le cose stanno così, la possibilità del cittadino di essere manipolato dalle subdole comunicazioni clandestine è sempre maggiore; come unico elemento di cura c’è il “rendersene conto” e da questa consapevolezza cominciare a studiare i segni che questi strumenti usano per comunicare. Non è facile ma si può riuscire.

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    E' DA RIDERE O DA PIANGERE ?

    di sestinif (25/11/2009 - 15:54)

    Il dilemma è sull’uscita del signor Gianfranco Rotondi, di mestiere ministro per l’attuazione del programma nell’attuale governo Berlusconi. Che cosa ha combinato l’illustre sconosciuto per far parlare di se? Ha rilasciato la seguente dichiarazione ad un sito web gestito da Klaus Davi che l’ha rilanciata alle agenzie: “La pausa pranzo è un danno pel il lavoro ma anche per l’armonia della giornata; non mi è mai piaciuta questa ritualità che blocca l’Italia;chiunque svolge un’attività autonoma la abolirebbe; casomai, sarebbe meglio distribuirla in modo diverso come avviene in altri Paesi”; questo il pensiero di Rotondi sul pasto che, prima si chiamava pranzo ed ora è “spuntino”.

    Da questa dichiarazione apprendiamo alcune cose: la prima è che il ministro non ama la ritualità del giorno pianificato, forse vorrebbe che ogni giornata fosse diversa dalle altre e, magari, in qualcuna si mangia quattro volte e in qualche altra mai; la seconda è che vorrebbe la pausa per il rifocillamento distribuita in modo diverso “come avviene negli altri Paesi”: veramente il sistema che è attualmente in uso è quello che abbiamo ereditato dalla globalizzazione e cioè breve pausa (40 minuti, massimo un’ora) e quindi uso di mense aziendali oppure di snack bar vicini al luogo di lavoro: detto tra noi, che non ci senta il ministro, questo comparto della ristorazione collettiva, vale annualmente 6miliardi di fatturato e dà lavoro a oltre 70mila dipendenti, distribuiti in 1.200 imprese.

    Su questa “proposta” si sono sentite tutta una serie di osservazioni: dal sindacato che ha ovviamente preso male la cosa, al “ nutrizionista” che ha sconsigliato di adottare questo stile di vita che, almeno se ho capito bene, vedrebbe l’individuo che lavora congiungere il cappuccino della mattina con il pasto della sera; e nel mezzo?  Niente!!

    Forse le frequentazioni della “buvette” del Parlamento non sono state buone consigliere, specie se teniamo presente che i deputati e i senatori “si sono imposti” una pausa pranzo di tre ore, durante le quali, le libagioni sono ai massimi livelli (l’ultima battuta è lo scontro dei suddetti “mangioni” con il Ministro Zaia che voleva togliere dal menù il burro francese a beneficio di quello nostrale: le discussioni sono ancora in atto!

    L’uscita di Rotondi è chiaramente una “sciocchezza”, ma a me interessa capire il motivo per cui è stata fatta; ed ecco la mia idea “provocatoria”: il nostro eroe, che per il suo incarico ministeriale non viene mai intervistato da nessuno, quando torna a casa viene assalito dalla moglie che gli urla: “chi ti ha intervistato questa settimana” al che lui deve rispondere “nessuno” e beccarsi gli improperi della consorte; adesso, stufo della situazione ha organizzato questa dichiarazione/bufala, che lo ha portato su tutti i giornali e così la moglie la smetterà di accusarlo di “non contare un fico secco”.

    Ma sulla stessa linea del “dilemma” abbiamo anche la stucchevole vicenda dei trans e di Marrazzo, ai quali si è aggiunto il fornitore di droga trovato morto; mi dicono che ieri sera se ne è occupato ancora una volta il “sacerdote” Bruno Vespa e questa la dice lunga sulla volontà di “montare il pasticcio” a beneficio dell’audience.

    Ma se l’ ascolto aumenta quando si parla di queste cosine un po’ pruriginose, significa che i telespettatori sono tutte persone che o lo fanno o vorrebbero farlo ma non possono (per vari motivi); ma, mi chiedo, che cosa fanno o vorrebbero fare?.

    Ecco, questo dovrebbe essere l’oggetto del prossimo “Porta a Porta”: l’uomo che si accompagna con un “trans”, cosa combina? Dunque, il trans – per quello che ne so io – è un uomo che ha il seno gonfiato dagli ormoni ma possiede ancora “il pisello” (più o meno grande); quindi, il “cliente”, come organizza la cosa? Chi sta sopra e chi sotto? Forza Bruno, aspettiamo che tu e i tuoi ospiti ce lo spieghino, solo tu puoi farlo!!

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    DUE FATTI E UN RICORDO

    di sestinif (24/11/2009 - 17:09)

    Il primo “fatto” è la figuraccia che quasi tutti i media hanno fatto sulla vicenda “Garofano”, accostando le dimissioni del Capo dei RIS di Parma con una indagine aperta  dalla Guardia di Finanza - su esposto dell’avvocato Tarmina, feroce avversario del graduato nel processo della Franzoni -   circa presunte consulenze a pagamento.

    I mass-media, con la trascuratezza e la supponenza che mostrano dall’alto del loro potere, hanno legato i due eventi che, invece sono assolutamente staccati: il primo (le dimissioni) riguarda la recente candidatura all’europarlamento, tentativo non riuscito e che ha causato all’ufficiale un inatteso trasferimento a Roma; è stato fatto ricorso al TAR per contestare la decisione e Garofano ha avuto ragione; il comando dell’arma ha promosso appello al Consiglio di Stato e in questo giudizio l’ufficiale ha avuto torto.

    Dopo ciò, Garofano, che ha già superato di due anni il limite per la pensione, ha preferito lasciare, ovviamente con amarezza, la “creatura” da lui formata anni addietro.

    Il secondo (l’indagine della GdF) si riferisce ad un esposto dell’avvocato Taormina durante il processo Franzoni, che dette luogo, all’epoca, all’apertura di un fascicolo ma senza che al momento ci sia nessun reato contestato all’ufficiale.

    Quindi il legame tra i due eventi è solo nella testa dei giornalisti che così facendo hanno inteso screditare la figura del colonnello; a quale scopo? Non è facile rispondere; probabilmente solo per una malriuscita caccia allo scoop.

    Il secondo “fatto” riguarda la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo,  di  togliere dalle aule scolastiche “il crocifisso”, in quanto “viola il diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni”.

    Anzitutto si deve precisare che tale Corte non è composta da “politici” del tipo di Breznev o Honecker (ultimi epigoni dell’ateismo comunista) ma da ex magistrati che conoscono il diritto ed i codici, ma forse dovrebbero giudicare usando maggiore buon senso; perché dico questo? Perché il concetto di “croce” è entrato nella fraseologia comune e non è certo togliendo quel piccolo oggetto che lo si può togliere.

    Volete qualche esempio: “ciascuno deve portare la propria croce”, oppure “che croce che sei diventato!!”, quando ci si lamenta di qualcuno; e nel caso di uno che è tenuto in scacco, sbeffeggiato, picchiato ed altre piacevolezze del genere, si usa dire che “è un povero cristo in croce”;  queste frasi non le dicono solo i credenti ma anche gli altri, con buona pace dei signori giudici. Sono stato chiaro??

    E passiamo adesso al “ricordo”: pochi giorni fa, il 20 novembre, sono trascorsi 20 anni dalla morte di un grande scrittore, grandissimo “polemista” ed anche grande uomo appassionato della vita civile: Leonardo Sciascia; non ho la cultura per dire quale posto spetti a Sciascia nella storia della letteratura del ‘900, ma so che molte sue opere hanno ispirato grandi film e questo è già un indice di valore.

    A proposito del “polemista”, ricordo che i suoi scritti sul Corriere della Sera – come quelli di Pasolini negli stessi anni – avevano lo scopo di provocare , di svegliare dal torpore e dal conformismo; ed è su questa linea di pensiero che dai suoi scritti straripa la famosa allocuzione “professionisti dell’antimafia”; se penso che molti suoi colleghi e tanti magistrati stigmatizzarono la frase, indicandola come “un rifiuto della lotta alla mafia”, mi viene ancora voglia di vomitare.

    La sua era invece una verità molto semplice: “bisogna ragionare con la propria testa e non fare dell’antimafia una moda parolaia e vuota”: quanto è attuale questa impostazione e quanto avremmo ancora bisogno di persone come Lui.

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    VIOLENZA, ANCORA VIOLENZA

    di sestinif (22/11/2009 - 13:59)

    In questi ultimissimo giorni, sono avvenuti un paio di eventi così disgustosi per la loro ferocia che lasciano interdetti: il primo si è svolto nella mia città ed ha visto come protagonista un domestico dell’america latina che avrebbe (uso il condizionale, ma la cosa è certa) usato violenza ai danni di un bambino di tre (si, avete letto bene:3) anni; l’infame atto è strato narrato dal ragazzino, prima ai genitori e poi agli inquirenti; a entrambi  ha raccontato di come l’uomo gli facesse fare “cavallino” mentre entrambi erano nudi ed il sederino del bambino strusciava sui genitali del maniaco; da notare che le parti posteriori del piccolo sono risultate infiammate e chiaramente violate.

    Il secondo episodio che mi ha turbato si è svolto a Brescia ed ha visto protagonisti una coppia di innamorati appartatasi in auto per amoreggiare; improvvisamente una figura “nera” è apparsa al finestrino dell’uomo e, dopo averlo infranto con una mazza da baseball, ha tirato fuori l’impaurito ragazzo al quale ha inferto alcune coltellate; lasciato il giovane sanguinante sulla strada, si è messo alla guida ed ha cercato si allontanarsi, ma la ragazza ha tentato di lanciarsi dal veicolo, e così la bestia l’ha investita e poi è tornato indietro per colpirla di nuovo con l’auto, quindi è sceso e l’ha trascinata in macchina, dirigendosi verso una zona appartata, dove l’ha violentata più volte, nonostante le gravissime ferite riportate dalla donna nel duplice investimento.

    Dopo cinque ore di quell’inferno, l’ha abbandonata nell’auto ed è fuggito: la ragazza – oltre ad un “normale” stato di choc – ha dieci fratture ed un polmone bucato, nonché varie lacerazioni all’apparato genitale; sulla scorta delle descrizione dei due giovani, l’assalitore e violentatore è stato arrestato dai Carabinieri: si tratta di un marocchino di 24 anni, già pregiudicato per piccoli reati.

    E adesso tiriamo qualche somma: l’opinione pubblica (“ignorante” finché volete, o meglio secondo quanto vuole “qualcuno”) parla apertamente nei Bar e nei ritrovi pubblici, di situazione insostenibile, imputando agli extra comunitari tutta la violenza che straripa dalle nostre città: chiaramente non è esattamente così, ma la punta emergente della violenza metropolitana ci mostra dei personaggi dalla faccia scura, dei “diversi”, come vengono definiti che inquina la stragrande maggioranza di loro.

    E non basta che il nostro Presidente della Camera, Fini (vi ricordo: firmatario insieme a Bossi di una legge per la regolamentazione degli extra comunitari) inviti questi signori a  considerare come “stronzi” tutti coloro che li definiscono “diversi”, perché questo non fa altro che acuire le polemiche e Dio solo sa quanto poco ce ne sia bisogno in questo momento e su questo specifico argomento, dove si parla di gente, la maggioranza dei quali  è da noi a cercare di  “sopravvivere” perché in casa loro non possono farlo.

    Se questi “personaggi” di alto lignaggio andassero ogni tanto in qualche ritrovo ad ascoltare quello che si dice in giro, sentirebbe che per entrambi gli episodi che ho narrato, la stragrande maggioranza delle persone “normali” parla apertamente di pena di morte, mettendo in subordine la castrazione chimica.

    Chi è questa gente? È la casalinga di Voghera ed il pensionato di Trani, ma sono comunque degli elettori; se gli uomini politici non tengono conto di questo, non sanno fare il loro mestiere e sono destinati a subire degli smacchi notevoli.

    Il Presidente Fini, con l’autorità ed il potere che si ritrova, dovrebbe invece adoperarsi perché in entrambe le circostanze narrate, non si assista al solito sconcio di una magistratura che libera i colpevoli prima ancora che le vittime siano uscite dall’ospedale; questo vuole la gente; questo dovete dare alla  gente; chiaro il concetto?

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    LE NOMINE IN EUROPA

    di sestinif (20/11/2009 - 14:36)

    Sono state fatte ieri sera le nomine per il rinnovo della carica di Presidente della Commissione dell’Unione Europea e per il Ministro degli Esteri: per la prima, nessuna sorpresa: è stato nominato il belga Van Rompuy, un ineccepibile personaggio che appare al di sopra delle parti, mentre per la seconda è spuntata a sorpresa la britannica, Catherine Ashton, 53 anni, pessimamente portati, di professione “baronessa” anche se appartenente ai laburisti inglesi; sembra che sia stato l’obbligo che gli europarlamentari hanno dovuto pagare alla “quota rosa”; e qualcos’altro!

    Se ricordate, per la carica di Ministro degli Esteri è stato in ballottaggio fino all’ultimo il nostro Massimo D’Alema che sembrava anche avere superato il veto di coloro che avevano lanciato lo slogan “mai un ex comunista”; chiaro che la compagine governativa avrebbe avuto piacere di scaricare in Europa un tipetto sempre pericoloso come “baffino” (diminutivo di “baffone” per coloro che si ricordano la storia), ma sembra che il nostro cavallo sia stato sconfitto da  due eventi: l’obbligato contributo alla “quota rosa” e l’ostracismo dei compagni socialisti, i quali dopo aver bocciato la candidatura di Blair,  non avrebbero visto di buon occhio la vittoria di D’Alema (lo “Stalin di Gallipoli” secondo Der Spiegel; “è un ottimo candidato, ma non è il candidato del nostro partito” ha dichiarato il socialista Schulz, con chiara allusione all’appoggio del governo italiano;  della serie “dagli amici mi guardi Iddio perché dai nemici mi guardo da solo”.

    Comunque sia, i personaggi nominati ormai sono quelli, entrambi molto “incolori”, senza nessuna “medaglia” da esibire, insomma delle mezze figure: la Ashton non ha mai ricoperto incarichi di rilievo, salvo un sottosegretariato nel precedente governo; poi, scusate se insisto, ma è veramente molto brutta, forse peggio della famigerata Camilla; non ha nessuna esperienza di “esteri” (come invece aveva D’Alema che in Italia aveva rivestito ben altri ruoli) e quindi non credo che possa rivolgersi ai Paesi arabi o asiatici con voce convincente, come se parlasse per l’intero continente.

    Eppure, adesso, specie dopo il “si” della Repubblica Ceca al Trattato di Lisbona, sulla carta l’Europa avrebbe tutte le possibilità di intraprendere un discorso importante; questo solo se si presenterà “unita” alle varie contingenze internazionali, giacché ciascun Paese da solo non ha nessuna possibilità di incidere nelle scelte che si prospetteranno, siano esse di natura politica, energetica, o di altra natura.

    Un “euro-contrario” come sono io, potrebbe anche pensare male e vedere le cose in modo un po’ diverso:  tra i big dell’Europa, solo Berlusconi si era speso per D’Alema che avrebbe rappresentato una scelta “di peso”; gli altri, da Zapatero a Sarkozy, da Brawn alla Merkel mi sembra che abbiano preferito lanciare delle figure di secondo piano, in modo così da poter continuare a fare i loro comodi; e la inguardabile Ashton è quella che sembra più appropriata per il compito: è una signora (cioè non è un maschietto), è britannica, è laburista e pure nobile, ha una piccola esperienza di Governo: insomma è poco di tutto.

    C’è da chiedersi con quale autorità la Baronessa Ashton of Upholland rappresenterà in giro per il mondo 27 Paesi e 495milioni di europei; io – che non posso certo essere considerato un grande estimatore di D’Alema  – penso che il lavoro che ci sarà da fare sarebbe stato meglio svolto dal nostro rappresentante; certo che se non vogliamo far crescere l’Europa nel mondo e quindi dare ragione alle mie  teorie, allora la baronessa mi sembra proprio quello che ci mancava: un utile paravento per continuare le trame dei Grandi a loro esclusivo beneficio; chiaro il concetto??

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    COME E' FACILE CAMBIARE IDEA

    di sestinif (19/11/2009 - 14:32)

    Ricordate Luca Casarini, capopopolo dei centri sociali, con una breve apparizione anche nel nostro Parlamento? Ebbene, adesso è un signore “con la partita IVA” e quindi la pensa in modo totalmente diverso da quando guidava i cortei contro la Polizia in occasione del G8.

    Leggete con attenzione e stropicciatevi gli occhi perché non state sognando ma è verità, o meglio, quello che l’ex rivoluzionario pensa adesso: cominciamo dalle tasse “va bene pagarle, ma sono alte e quindi si fa il nero, sennò come si fa a vivere”; e poi sulle masse sfruttate dai capitalisti? “i nuovi sfruttati sono i piccoli imprenditori e non i popoli del Sud America cantati da Manu Chau”.

    Insomma, come morale della favola, potremmo dire che al  momento non è più interessato all’abbattimento dello Stato borghese, si accontenterebbe che si abbassassero le tasse, guarda caso come chiede un’altra signora che proprio rivoluzionaria non è: Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria.

    Ricordate l’ex P.M. Luigi De Magistris,  figlio di magistrato, nipote di magistrato, oggi eurodeputato per il partito di Di Pietro; quando era in servizio alla Procura di Catanzaro, ebbe vari scontri, anche burrascosi, con la politica, ma adesso che in politica c’è lui, sentite cosa ha detto in occasione di un convegno a proposito del famigerato “processo breve”: è un problema reale che poco ha a che vedere con la penuria di mezzi e di risorse e molto con la volontà di chi opera nella giustizia: ci sono casi in cui il capo della procura dice che questo processo deve durare sei mesi ed infatti quel processo dura sei mesi”.

    Ed ha aggiunto, fra l’incredulità del pubblico”: la colpa dei ritardi è dei magistrati che molto spesso cercano la ribalta mediatica cavalcando processi farsa; e ancor più spesso abusano degli strumenti che il codice mette a loro disposizione”

    Non è dato sapere quale sia stata la reazione del segretario/padrone del suo partito, quel Di Pietro che non passa giorno senza cavalcare la sindrome della dittatura alla quale si cerca di assoggettare la magistratura.

    E per ultimo ci sarebbe il fatto più gustoso: siamo nel 1992; ricordate il grido di dolore dell’allora Presidente della Repubblica, Scalfaro, coinvolto nel ladrocinio dei funzionari del Side per effetto  della somma di 100milioni di lire mensili riscossa da lui quando era Ministro dell’Interno; “io non ci sto”, ebbe a tuonare dagli schermi delle televisioni convocate a reti unificate. In quel caso, anziché lo slogan sventolato recentemente dalla Corte Costituzionale – la legge è uguale per tutti – il procuratore di Roma ebbe a dire che “si doveva difendere un presidente galantuomo da una banda di masnadieri”.

    E per tappare la bocca a tutti, il sostituto Saviotti, riesumò un reato da guerra civile “attentato agli organi costituzionali”, reato in cui incappa chi reca intralcio al funzionamento di un organo dello Stato: questo bloccò tutta l’operazione che venne rinviata di diversi anni: il processo relativo venne celebrato alla fine del mandato presidenziale di Scalfaro, il quale peraltro fu assolto, ma nella nostra discussione questo non c’entra.

    Ora mi chiedo e vi chiedo: non ci trovate una “strana” assonanza tra questo fatto ed il vituperato “Lodo Alfano”? Non vi sembra che la parte di sostanza sia molto simile? Cosa è cambiato, allora? Ma i tempi sono cambiati, signori miei, adesso non sembra più concepibile quello che fu concepito circa 15 anni fa; e neppure sarebbe sostenibile l’attentato agli organi costituzionali; perché? Scopritelo da soli.

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    IL VERTICE FAO: TANTE CHIACCHIERE E BASTA!

    di sestinif (18/11/2009 - 14:07)

    Si è concluso a Roma il vertice della F.A.O. teso a rappresentare all’intera umanità, il problema della povertà e, in particolare, della fame nel mondo, definita “la più terribile arma di distruzione di massa”; nel 2008 c’era un progetto: dimezzare entro il 2015 il numero delle persone che soffre la fame, ma l’inizio non è tra i più incoraggianti: nel 2009 si sono aggiunti altri 105 milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà e quindi soffrono la fame; con questo dato, il numero degli “affamati” ha superato il miliardo di persone: che facciamo, stappiamo una bottiglia di champagne??

    Dalla riunione sono venute fuori le solite chiacchiere, i soliti discorsi “fiume” (Gheddafi) o le solite battute di spirito (Berlusconi), ma in concreto non siamo andati più in là delle solite promesse, fatte tante altre volte e mai mantenute.

    Dobbiamo notare, prima di ogni altra cosa, che l’Ente organizzatore – appunto la F.A.O. – dà il cattivo esempio in fatto di sprechi e di inefficienza: pensate che la struttura riceve dall’ONU contributi per 930 milioni di dollari e 800 gli pervengono da donazioni private: ebbene, due terzi di questo discreto “malloppo” è assorbito da stipendi e da altre prebende riservate a coloro che ci lavorano dentro; quindi, possiamo coniare lo slogan che “l’organizzazione che si dovrebbe occupare di togliere la fame nel mondo, ha cominciato da se stessa, mangiando a quattro palmenti alla faccia dei bambini che continuano a morire di fame: 17.000 al giorno, 1 ogni 5 secondi”.

    Tra i “grandi” intervenuti, c’è stato anche il Papa, il quale ha proposto una sorta di “dottrina della lotta alla fame”, nella quale si faccia finita con la vergognosa situazione che – davanti alla tragedia dei morti per fame – il mondo ostenta opulenza e sprechi; tutto bene, Santità, tutto condivisibile, ma bisognerebbe che ogni tanto qualcuno in Vaticano abbandonasse la “mensa dei ricchi”, alla quale partecipano tante personalità che fanno parte del potere temporale della Chiesa per rivolgere la sua attenzione a coloro che soffrono e che muoiono di fame; ma questo vorrebbe dire tornare alla Chiesa dei Santi e dei Martiri e non a quella che deve contrattare con “Erode” per l’8 per mille e quindi essere sotto ricatto del potere politico; sono stato chiaro??

    Una cosa interessante è comunque emersa dal Vertice: gli esperti della FAO hanno annunciato un codice di condotta contro il “land grab” (predoni della terra), coloro che – dopo aver banchettato con le risorse del Continente Nero – si sono rivolti all’ultima cosa rimasta: la terra.

    È una cosa nuovissima per me, una cosa della quale non conoscevo l’esistenza e quindi, prima di tutto, facciamone un breve sunto: il business agricolo riguarda, in Africa, 20 milioni di ettari di terreno ed ha portato una serie di Stati (che chiameremo “predoni”) ad affittare le terre in Paesi poverissimi come l’Etiopia ed il Sudan: questi stati sono: vari Stati del Golfo Persico, l’Egitto, la Cina e la Corea del Sud.

    Queste Nazioni, dopo avere affittato i terreni, stanno procedendo alla sua sistemazione ed alla semina, con l’intento di produrre grano e derrate alimentari che – guarda caso – dopo il raccolto saranno portati a casa propria; i Paesi ospitanti o affittuari, beneficeranno al massimo di una modesta “mano d’opera locale”, mentre il raccolto, che servirebbe a sfamare tante persone del posto, se ne parte per i luoghi stabiliti dai ”padroni”; per la verità mi sono molto meravigliato di trovare tra le Nazioni “predone” anche la Cina che, mi risultava avere in corso una politica di aiuto alla sviluppo per alcuni Paesi africani: si vede che l’istinto predatorio e la spocchia del miliardario l’ha avuta vinta su qualunque aspetto umanitario!! Cos’altro dire se non: “VERGOGNA”!!

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    FATTI E MISFATTI

    di sestinif (16/11/2009 - 14:17)

    È un fatto che nella scorsa settimana ci sia stato un grandissimo clamore circa il ventennale dell’abbattimento del muro di Berlino; cerchiamo adesso anche il misfatto.

    A Berlino si sono radunati in milioni di persone, Capi di Stato, politici di varia grandezza e gente comune, desiderosa soltanto di “fare festa” per un evento che, all’epoca rappresentò una cosa di portata storica; ricorderete che il regime sovietico decise di chiudere l’accesso al suolo da lui controllato e per fare questo eresse il “muro della vergogna”, come venne chiamato all’epoca; solo fortissimi interessi economici e lo sfaldamento di certe situazioni politiche dell’Est, consentì il superamento della situazione ed il ritiro delle truppe del Patto di Varsavia dal suolo tedesco.

    All’epoca venne fuori anche una voce, mai smentita, nella quale si diceva che quasi tutti i governi occidentali avrebbero dato il via libera alla divisione delle due Germania, facendo al riguardo questo ragionamento: in trenta anni la Germania ha combinato vari pasticci, facendo due guerre una più sanguinosa dell’altra; dopo la prima sembrava che le famose sanzioni avessero messo all’angolo l’orgoglio militarista dei tedeschi, ma così non fu e da questo orgoglio offeso uscì Hitler e la seconda guerra mondiale.

    Quindi, dicevano i capi delle diplomazie occidentale, ben venga una divisione della Germania, in quanto così suddivisa sarà molto più facile controllarla e perderà i bollenti spiriti che ha sempre avuto: ripeto quanto detto sopra e cioè che questa affermazione non è mai stata confermata da nessuno; come avrebbe potuto? Era così forte e permeata di verità che in diplomazia meritava solo di essere smentita.

    Se facciamo mente locale al periodo storico nel quale venne costruito, dobbiamo anche cercare di individuare - tra i politici nostrali e di altri Paesi – quelli che erano schierati per il mantenimento del muro e quelli che invece volevano il suo abbattimento: tra i primi dobbiamo essere sinceri e ammettere che i comunisti europei, in testa ai quali c’erano gli italiani ed i francesi, erano schierato – a pelle di leone – di fronte al satrapo Stalin; magari, qualcuno di loro, ancora in vita e qualche altro che era allora giovanissimo ed ora è solo “maturo” inneggia all’abbattimento, dopo avere contribuito -  forse in minima parte, chissa!! – alla sua erezione; d’altronde la coerenza è patrimonio di pochi e l’unica fedeltà è quella alla poltrona!! Chiaro?

    Ed allora vi sfido ad un giochino: individuare chi era allora favorevole alla divisione della Germania e quindi chi seguiva la strada tracciata da Stalin e che cosa dice adesso questo o questi signori; non è difficile, poiché quelli che sono ancora vivi hanno tutti posti di grossa o grossissima responsabilità nelle varie istituzioni italiane.

    In conclusione, se il fatto è l’anniversario, il misfatto è l’atteggiamento di molti, troppi politici che ci darebbero a bere che i comunisti – quelli che seguivano Stalin, non quelli evocati da Berlusconi – sono tutti ritornati su Marte da dove provenivano per commettere tutti i loro giochetti e cercare di arrivare al potere in Italia.

    Un altro fatto è che la giustizia in Italia è lenta e, a parità di mezzi e di uomini con gli altri Paesi europei, è infinitamente meno efficiente degli altri; per cercare di ovviare a questo problema, non è pensabile che una legge imponga  dei ritmi che al  momento non si realizzano per l’inefficienza del sistema giudiziario.

    Quindi, ecco il misfatto: si cerca – dando per legge dei termini che i nostri Magistrati “bighelloni” non raggiungeranno – di “fare scadere” tutta una serie di processi, alcuni dei quali sono più importanti di altri proprio perché riguardano una persona che è al vertice dell’esecutivo: non faccio nomi perché è facile indovinare!! Chiaro il concetto??

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    ANCORA DUE PAROLE SUI PRETI

    di sestinif (14/11/2009 - 14:17)

    Giorni addietro mi sono occupato della vicenda di quel prete che – per avere infranto una precisa disposizione della Curia Arcivescovile – è stato rimosso dalla Parrocchia ed inviato in un ritiro spirituale per riflettere e pregare;: forse l’Arcivescovo non pensava che il sacerdote avrebbe rilasciato una lunga intervista (un ora e mezza) ad una televisione locale; è sulla base di quanto dichiarato in questa intervista che completo il mio discorso di allora.

    Il sacerdote – dopo avere ribadito la sua “fedeltà al Vangelo” – conferma che rifarebbe il gesto che lo ha portato in conflitto con l’Arcivescovo e afferma di  non avere nessuna intenzione di lasciare la Chiesa.

    Ed allora passiamo ai commenti: il termine sacerdote è la combinazione di sacer (cioè sacro) e di dho-ts (che vuol dire “fare”), dunque etimologicamente significa “colui che compie cose sacre; ma chi è questo personaggio? Sotto il profilo della concretezza, è colui che ha avuto la vocazione (significato: chiamata) ed ha risposto, prima con la frequentazione del seminario e poi con i voti sacerdotali, ai quali hanno fatto seguito le famose promesse: la povertà, la castità e l’ubbidienza; soffermiamoci su quest’ultima promessa (ubbidienza) e vediamo cosa, in concreto, significa.

    L’ubbidienza non è una espressione in sé chiarissima, se non la si coniuga con una “autorità” alla quale ubbidire; quindi si tratta di individuare questa “autorità” alla quale il sacerdote deve la propria ubbidienza.

    Ed allora facciamo un passo indietro e vediamo la cosa sotto un aspetto diverso: il sacerdote, pur avendo una relazione individuale e quindi del tutto  speciale con Cristo, dal quale “è stato chiamato”, deve esercitare la propria missione “dentro” la Chiesa.

    Teoricamente è possibile che un sacerdote operi sulla base della sola percezione diretta di Dio e dei suoi insegnamenti, ma di fatto egli agisce “nel” mondo e quindi storicizza la missione di Cristo (andate tra la gente ed evangelizzatela) dentro una istituzione, appunto la Chiesa.

    La Chiesa (dal greco ekklesia che vuol dire assemblea), presuppone una struttura organizzata e una gerarchia; tale struttura assembleare, ha un “capo” ed il sacerdote, come ecclesiastico, cioè appartenente alla “ecclesia”, ha sempre una figura alla quale fare riferimento e a cui obbedire.

    Sin dai tempi antichi, la Chiesa ha una struttura organizzativa “ad albero”, con in cima il “pontifex maximum”, il pastore supremo, che ha sotto di sé, come rami, i tanti pastori delle diverse comunità e, all’interno di ciascuna altri pastori “minori”, fino al sacerdote.

    Il prete, quindi, si ritrova a vivere un possibile dualismo, una divisione, perché ha un rapporto diretto con Cristo, ma si trova all’interno di una struttura gerarchica; egli percepisce di dover fare una certa cosa – secondo quanto gli “dice” Cristo – ma il suo superiore gli chiede di comportarsi diversamente, sulla base di norme della Chiesa.

    Questa dualità è alla base di moltissime disaffezioni di sacerdoti nei confronti della Chiesa e, in particolare, di molti discorsi del tipo: “sogno una Chiesa che si spogli anche del Vaticano”; ebbene, questa è una delle affermazioni del nostro prete, il quale è una bravissima persona, un galantuomo, uno dedito ai poveri ed agli “ultimi”: ma tutto questo, lo sono anch’io (o potrei esserlo), eppure non sono un prete e non ho nessuna  intenzione di diventarlo in futuro: dov’è la differenza? Sicuramente nel fatto che non compio niente di “sacro” come invece fa il sacerdote (sacer-dho-ts) e quindi rimango nella mia sfera di “buono e bravo laico”. Chiaro il concetto??

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    STUDIO E LAVORO

    di sestinif (12/11/2009 - 14:34)

    Nel post precedente a questo, affronto – anche se in un contesto diverso – il problema del “lavoro” nel nostro Paese; intanto, stampa, televisione e buona parte degli uomini politici “perdono tempo” a parlare della sentenza della Corte Europea che vieta il crocifisso nelle aule scolastiche. Perché dico che “perdono tempo”? Per due ordini di motivi: il primo è che la “sentenza” non è affatto impegnativa per il Paese ed il secondo – e più importante – è che alla gente non frega niente del problema “crocifisso si/crocifisso no”; la gente ha ben altri problemi a cui pensare, cioè quello del posto!!

    E allora torniamo al lavoro, anche perché sono stato attirato al problema da uno studio di affermati economisti che hanno consegnato al Ministro Gelmini un’analisi approfondita  sull’istruzione dalla quale risulta che  tale valore è ”il migliore investimento a medio termine, migliore di BOT, CCT, e titoli azionari”.

    Allora mi sono ricordato di quando, ai miei tempi di inizio scuola, i genitori apostrofavano i figli con la frase: “studia se vuoi trovare un posto al coperto, sennò vai a fare il contadino o l’operaio”. Già, quando ero giovane io c’era la caccia al posto “al coperto”, cioè al lavoro impiegatizio o comunque da svolgersi in una bella stanza, seduto su una comoda poltrona.

    Ed ora? Il sogno è sempre lo stesso? Sentite queste poche esperienze che voglio raccontarvi: la prima mi è capitata su un taxi, preso alla stazione per tornare a casa; il tassista, che al solito attacca discorso per far trascorrere il tempo della corsa, dopo avere appreso che tornavo dall’aver fatto delle lezioni, inizia a raccontarmi che lui ha due figli, entrambi laureati,  uno in biologia e l’altro in antropologia culturale.

    Lo interrompo per congratularmi con lui, ed il nostro bravo autista continua a raccontarmi che, se in casa non entrasse l’introito del “suo” lavoro, non ci sarebbe da mangiare, giacché nessuno dei due rampolli ha trovato un lavoro: non ho parole per commentare questa affermazione e resto in silenzio, forse deludendolo….!

    Il secondo fatterello mi è accaduto proprio ieri sera, su un autobus urbano che ho utilizzato per recarmi in centro: ad un certo momento della corsa sono saliti sul mezzo pubblico due “controllori” che, con modi estremamente garbati, chiedevano a tutti i passeggeri (eravamo pochi, per la verità) di esibire il biglietto; tutti in regola ad eccezione di un extra-comunitario che era sprovvisto del regolare ticket e quindi uno dei due controllori si è accinto a redigere il “verbale”; l’altro si è soffermato di fronte a me in attesa della conclusione dell’operazione e così mi sono sentito di congratularmi per la compostezza, la garbatezza e la calma con cui svolgeva il proprio ingrato lavoro.

    Quello che mi ha risposto, dopo i ringraziamenti di rito,  mi ha lasciato di sasso: “caro signore, io non provengo dall’azienda degli autobus, ma sono un dipendente “in mobilità”; ho chiesto: “che significa” e lui mi ha così completato il discorso: “sono laureato in economia e commercio e fino a pochi mesi fa svolgevo un lavoro direttivo presso un’Azienda locale che adesso ha chiuso i battenti e collocato tutto il personale in mobilità; da questa situazione sono uscito grazie alla chiamata dell’Azienda degli autobus che mi ha dato questo lavoro per tre mesi, speriamo che me lo rinnovino”.

    Forse sarò io che sono sfortunato e che mi trovo a dialogare con persone “sfortunate”, ma da questi due esempi mi sembra chiaro che, in questa situazione critica,  quello che serve oltre lo studio, è, come sempre, conoscere l’amico dell’amico di colui che conosce l’assessore o il senatore o il Presidente….; insomma la vecchia raccomandazione che permette di superare quasi tutti gli scogli. Chiaro il concetto??

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    ALLORA C’Ē QUESTA RIPRESA ?

    di sestinif (10/11/2009 - 14:36)

    Ma pensate un po’; chi l’avrebbe mai detto!! L’OSCE ha “nominato” l’Italia come capofila della ripresa dell’economia: in questa specie di gara, i cavalli più quotati – scritti in ordine di preferenza – sono l’Italia, la Francia, la Gran Bretagna e la Cina; mi chiedo, e vi chiederete anche voi: ma la Germania come mai non appare in questa graduatoria? Mah, misteri della macro economia!

    Ovviamente i nostri governanti si sono scatenati in dichiarazioni trionfalistiche;  il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, dopo aver laconicamente commentato “il tempo è stato galantuomo; adesso avanti così”, si è permesso anche una battuta non male: “sembrava che altri fossero pecore bianche e noi quelle nere; non è così e noi l’avevamo detto ben prima della crisi”.

    Il premier Berlusconi – che quando vince tende a strafare – ha dichiarato: “l’Italia è il sesto Paese più ricco del Mondo, e il terzo dell’Unione Europea, con un Pil che ha ormai superato la Gran Bretagna”; se non sbaglio, questo superamento degli inglese è stato un cavallo di battaglia di un altro Premier, Bettino Craxi: non gli ha portato molta fortuna; prendi nota Silvio??

    Quelli con la testa sulle spalle, ci richiamano ad andare avanti, ma con i piedi ben piantati per terra e aggiungono che al  momento la priorità è ricreare, in tutta Europa,  il lavoro che è andato perduto.

    Per la verità anche in questo campo le cose – almeno secondo i dati ISTAT – non vanno malissimo, specie se confrontati con quelli degli altri Paesi: infatti, ad un dato di disoccupazione medio riferito all’UE del 9,2% i due valori, minimo e massimo, sono rispettivamente quello dell’Olanda (3,6%) e quello della Spagna (19,7%).

    Il valore riferito all’Italia è tra i più bassi dei Paesi europei (7,4%), inferiore a quello di Germania (7,6%), Gran Bretagna (7,8%) e Francia (10%).

    I dato sopra riportati, sono interessanti e significativi: anzitutto mi preme commentare la situazione della Spagna – non molto tempo fa candidatasi a superarci – che si trova in un “momento” veramente preoccupante; diciamo che non si riesce a capire come faccia il governo spagnolo a reggere ad una tale carenza di posti di lavoro: probabilmente le altre forze politiche contrarie al governo, non hanno interesse a subentrarci in questa situazione in cui le forze sociali (Sindacati, ecc.) potrebbero scatenarsi in manifestazioni di ogni genere.

    I nostri “buoni dati” in riferimento ai cugini europei a noi più vicini (Francia. Gran Bretagna e  Germania) non debbono indurci a trastullarci nell’ozio: potrebbe darsi (non lo so, lo dico solo in forma dubitativa)  che in quei Paesi, i sostegni sociali siano superiori a quelli presenti da noi e quindi che la disoccupazione venga vissuta in modo migliore che da noi.

    A proposito del mondo del lavoro, il nostro Paese è diverso dagli altri; prendiamo per esempio quanto accaduto nella mia città nel mondo Universitario: il nuovo rettore, per trovare i soldi da utilizzare in altre assunzioni, aveva disposto che i “primari” che superavano i 70 anni di età sarebbero stati messi in pensione (quindi non “fucilati” ma pensionati con oltre 10mila euro mensili); a questa mossa ha fatto seguito il ricorso al TAR che ha “riammesso” i pensionati: morale della favola, i 13 ultrasettantenni che non si possono toccare, bloccano l’assunzione di 18 precari.

    Questi sono i nostri “ammortizzatori sociali”: a favore di coloro che prendono tanti soldi e contrari ai “veri” bisognosi di sostegno sociale; chiaro il concetto??

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    COME FACCIAMO CON LE CASTE?

    di sestinif (08/11/2009 - 17:17)

    Il termine “caste” non vuole essere il contrario di “licenziose”, ma riferirsi – come dice il fedele Devoto Oli – alla “classe o ordine di persone che si considera, per nascita o per condizione, separato dagli altri e gode o si attribuisce speciali diritti e privilegi”; in questi ultimi tempi si sono susseguiti alcuni libri – scritti per lo più da giornalisti – che hanno descritto questa situazione di privilegi e quindi adesso mi sono deciso a fare un discorso un po’ più generale della solita denuncia.

    L’idea mi è partita da una notizia appresa stamani dalla TV, nella quale un giornalista riportava che nel bagno per gli ospiti della residenza del  Presidente del Senato, sono stati acquistati 50 asciugamani  con una spesa almeno quadrupla di quella corrente; mi sono chiesto – ed anche i giornalisti presenti in studio lo hanno fatto – se trattasi di “mazzetta sottobanco” a colui che provvede all’acquisto oppure di negligenza, di superficialità, di noncuranza per quanto viene speso, tanto i soldi non sono suoi.

    Ecco, quest’ultima mi sembra la più azzeccata: nonostante la crisi abbia sprofondato milioni di persone nell’indigenza o comunque nella parsimonia più accurata, ci sono persone che spendono e spandono senza curarsi minimamente di niente: questi sono, in genere, gli appartenenti ad una “casta”, una delle tante, coloro cioè che si sentono – e di fatto lo sono – superiori agli altri esseri umani e che si arrogano il diritto di fare come meglio aggrada loro (tanto i soldi in qualche modo arrivano).

    E chi sono gli appartenenti a queste “caste”? Citiamone solo alcuni: in testa poniamo ovviamente i politici e tutti coloro che ci gravitano attorno (pensate che un usciere al Parlamento guadagna molto più di un Prefetto); poi ci mettiamo i magistrati che in fatto di privilegi non sono inferiori a nessuno, quindi i baroni universitari e per ultimi – ma solo perché lo spazio mi vieta di proseguire – mettiamoci i giornalisti.

    La riflessione che volevo fare è questa: dipende dal colore politico del governo in carica questa situazione di privilegio? Ebbene, se facciamo mente locale, dobbiamo ammettere che è abbastanza irrilevante il nome di chi siede a Palazzo Chigi: sembra molto, dato che il personaggio è particolarmente “ingombrante”, ma prima di questo Presidente ce n’era un altro di colore opposto, caduto circa un anno e mezzo fa e già in carica negli anni precedenti: insomma, in questi ultimi 15 anni, il centro destra ha governato per meno di 6 anni, mentre i restanti 9 sono stati appannaggio del centro sinistra: eppure non è cambiato niente con gli uni o con gli altri.

    Infatti, le “caste” non si alternano con i governi, ma restano a difendere i loro privilegi, conquistati in anni di “lotte” sia che ci fosse Tizio o Caio: chiaro il concetto?

    E allora ritorniamo su quello che vado predicando da anni:; non è il “manico” che conta, ma è “il sistema” che puzza e quindi deve essere sostituito; come farlo? Difficile dirlo, ma certo che ormai abbiamo visto che “con le buone non si ottiene niente”; quindi, l’alternativa mi sembra logica e semplice al tempo stesso.

    Intanto una notizia: negli USA, lo Stato della California ha istallato un gruppo di lavoro composto da “cervelli” al di fuori della politica, con una missione: “cambiare la fisionomia dello Stato”, sotto tutti i profili, dal giuridico all’organizzativo, insomma “rivoltarlo come un calzino”; da notare che la California è grande quanto l’Italia e ha un Pil superiore al nostro, quindi non stiamo parlando di quattro scarzabubboli.

    Questo – tra i sistemi incruenti – potrebbe essere un modo per modificare la struttura dello Stato; certo che qui da noi sarebbe difficile mettere tutti d’accordo: chi ha già i privilegi se li vuole tenere, chi non li ha vuole averli: questo è il problema. Quindi…..!!

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    ZIBALDONE N.11

    di sestinif (07/11/2009 - 13:08)

    Alcune notizie mi hanno particolarmente incuriosito in questi ultimi tempi e  vorrei commentarle insieme a voi, per vedere se provocano interesse anche nei riguardi dei miei lettori: sono tre e ve le racconto subito.

    LA PRIMA si riferisce ad un clamoroso fatto di sangue accaduto negli Stati Uniti, precisamente a Orlando, in Florida, ed ha visto per protagonista un ingegnere quarantenne, Jason Rodriguez, che dopo essere stato licenziato da uno studio di ingegneri ed architetti – a causa della crisi, dicono, ma chissà se è vero – si è ripresentato sul posto di lavoro e, impugnando una pistola, ha iniziato a sparare all’impazzata; bilancio dell’evento: un morto e cinque feriti.

    Il Rodriguez è fuggito dal luogo della sparatoria e si è rifugiato a casa della madre, dove la Polizia lo ha trovato ed arrestato senza che lo sparatore opponesse resistenza.

    Piccolo commento: ma non ci avevano sempre detto che anche la nostra economia avrebbe dovuto prendere esempio dall’America, dove la “globalizzazione” esisteva ben prima che venisse inventata per tutti e produceva il “vagabondaggio” degli occupati, da un posto di lavoro all’altro? Ebbene, adesso anche questo mito viene sfatato, anche gli americani – quando debbono subire un licenziamento -  s’incazzano come tutti gli altri lavoratori ed anzi, alcune volte, prendono addirittura a sparare. E con una ripresa altalenante ed un indice di disoccupazione che arriva al 10.3%, non c’è da stare allegri.

    LA SECONDA notizia prende le mosse da una frase ormai celebre coniata dall’anchorman inglese David Frost: “la TV è un’invenzione che permette di farvi divertire nel vostro salotto da gente che non fareste mai entrare nella vostra casa”.

    Ebbene, la frase, in origine, si riferiva ai tanti (troppi!!) reality che infestano i palinsesti televisivi; ma viene buona anche  per la situazione che si è creata nelle nostre TV dopo lo scandalo Marrazzo: nei pomeriggi, ma anche dopo cena, i tanti talk show che vengono prodotti, hanno quasi tutti un “trans” come ospite d’onore e lo utilizzano per parlare sulla sua attività, sul suo modo di sentirsi uomo/donna, insomma su come è potuto accadere che un irreprensibile marito, padre di famiglia, perdesse la testa e qualcos’altro per Nathalie. Ed è così che i vari “Italia sul due”, “La vita in diretta”, “Verissimo”, ma anche i serali “Ballarò”, “Porta a porta” e “Annovero”, si sono fregiati di ospiti illustri del calibro della suddetta Nathalie, alla quale si sono aggiunte Manila, Berta, Maurizia Paradiso, Cristal e l’ex deputato Luxuria.

    Domanda: lascereste i vostri figli con tali signore/signori? No? E invece li fate entrare attraverso quell’elettrodomestico che si chiama TV? Attenzione, gente, attenzione!!

    LA TERZA  vicenda non ha bisogno neppure di molti commenti: siamo ad una selezione per veline (presenti uno stuolo di ragazzine dai 14 anni in su) e una di loro – che chiameremo Gioia – viene scartata e fugge via piangendo, in preda ad una crisi di sconforto, dovuta alla “bocciatura”; la madre che l’accompagnava, dopo un iniziale, infruttuoso inseguimento, decide di soprassedere e di aspettarla negli studi televisivi dove, è certa, la figlia tornerà quando le sarà passata l’arrabbiatura.

    Ed infatti Gioia è tornata poco dopo: portava per la mano un vecchio “barbone” con un bastone e due cani al seguito: “ti presento Urbano, ha bisogno di aiuto, deve raggiungere la mensa della Charitas per mangiare, l’ho trovato riverso per terra e l’ho aiutato a rialzarsi; i suoi cani abbaiavano a tutto spiano”; e così ecco trovato “un nonno”, cioè quella persona che “aveva bisogno” dell’aiuto di Gioia e della madre, alle quali faceva così dimenticare la disillusione della selezione fallita. Chiaro il concetto??

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    IL PRIMO ANNO DI OBAMA

    di sestinif (05/11/2009 - 10:36)

    4 novembre 2008 – 4 novembre 2009: un anno di governo dell’America, un anno trascorso a cercare di risolvere dei problemi micidiali, un anno per “imparare” a trattare con gli americani e, soprattutto con i governanti del mondo; tutto questo si è festeggiato ieri a Washington, senza però lustrini e paillettes, ma in un tono che definirei minore, colpa anche della recente sconfitta elettorale dei democratici in Virginia e New Jersey, dove sono stati eletti dei Governatori repubblicani.

    Nell’ultimo sondaggio Gallup sul gradimento degli americani, il bravo Barack è risultato sconfitto non solo dalla moglie Micelle, ma anche dall’altra “donna di casa”, quella Hilary Clinton che si sta facendo onore, almeno a livello di immagine, perché di problemi esteri non mi sembra che ne abbia risolti neppure mezzo.

    Il giudizio su Obama non può ovviamente prescindere dalla considerazione che l’America che si è trovato a governare era in una crisi finanziaria di dimensioni eccezionali;  ho detto “era”, ma avrei potuto dire “è”, perché proprio in questi ultimi giorni è fallita l’ennesima banca americana (la CIT Group, buco di 71mld di dollari) che ha così portato il numero complessivo di aziende finanziarie crollate  a 115.

    La riforma sanitaria – autentico fiore all’occhiello del programma di Obama – non riesce ancora a decollare pienamente e il Presidente è tra i fatidici due fuochi: quelli che “tirano indietro”, dicendo che non è questo il momento di investire tale mostruosità di risorse e quelli che invece affermano la necessità di “andare avanti” nella realizzazione di quanto promesso a coloro che hanno votato per lui.

    C’è poi stato lo “scazzo” con Fox TV, la televisione del magnate Murdoch - conosciuto da noi per un analogo “incidente” con Berlusconi – alla quale vengono rimproverati i continui attacchi a Barack, l’ultimo dei quali in occasione dell’assegnazione del Premio Nobel per la Pace; l’addetto stampa della Casa Bianca è stato durissimo con il rappresentante della TV di Murdoch ed ha paventato eventuali ritorsioni in caso che l’emittente dovesse continuare in questa “idiosincrasia” (così è stata definita) nei confronti di Obama e degli uomini del suo staff.

    In politica estera si è ritrovato un paio di “patate bollenti” che avrebbero scottato le dita di chiunque: l’Iraq continua ad essere teatro di attentati dinamitardi diretti alla popolazione civile (di religione diversa dai terroristi di turno); l’Afghanistan – dal canto suo – continua ad essere una terra di battaglia tra talebani e truppe occidentali (quelle afgane sono inesistenti) ed il comandante americano richiede a gran voce l’invio di altre truppe - circa 45.000 uomini – se non si vuole addirittura perdere la guerra (sul tipo di quello che è già accaduto ai russi).

    Sul piano della politica adottata per il disarmo nucleare, ferme restando tutte le paure per gli atteggiamenti ondivaghi dell’Iran e della Corea del Nord, abbiamo avuto, in questi ultimissimi giorni un lancio missilistico da parte dei russi che ci riporta indietro nella storia di parecchi anni: ma come, non avevamo avuto – e strombazzato – l’accordo tra le due superpotenze per lo smantellamento graduale ma progressivo delle armi atomiche? E allora che c’incastra il lancio da un sottomarino atomico di un missile balistico capace di raggiungere New York? E soprattutto, lo sbandierare la notizia ai quattro venti da parte delle autorità del Cremino, cosa sta ad indicare?

    Tutte queste cose fanno dire, ad un “americano DOC” come lo scrittore Gore Vidal, di “essere rimasto deluso dall’attività fin qui svolta da Obama, che si è dimostrato assolutamente inesperto sui temi economici e incapace di capire la politica estera”.

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    VERGOGNA !!

    di sestinif (04/11/2009 - 09:13)

    Stiamo entrando nella stagione invernale, quella stagione che ci propone freddo, vento, pioggia e, in qualche caso, anche la neve; ovviamente queste sono condizioni che i disperati senza casa – gli “homeless” come li chiamano in America – odiano con tutte le loro forze, in quanto non consente loro di vivere, ma solo di sopravvivere.

    Capiterà a tutti quello che è capitato a me, ma voglio raccontarvelo lo stesso: proprio ieri, piove a dirotto, fa freddo, e in una zona semicentrale della città, mi imbatto in una fila di “cose” ammassate lungo un marciapiede, nascoste da alcuni cenci, dai quali spuntano una scarpa lucida di pioggia o una mano gocciolante: sono una fila di africani che cercano in questo barbaro modo di passare la notte, per poi, al mattino dopo, rimettersi in cerca del modo di sopravvivere.

    Mi sono messo ad osservare le persone che transitavano sul marciapiede ed ho visto che poche di loro notavano i sudici fagotti che contenevano degli esseri umani, forse perché ormai abituati a vedere simili spettacoli; alcuni commentavano brevemente con parole ormai abusate (“poveri cristi”, “poveracci” e via di questo passo) ma nessuno si è fermato per controllare se quei corpi erano addormentati oppure morti oppure sofferenti, insomma se erano ancora in vita o no: la gente tira via veloce felice di essere a pochi minuti dalla propria casa, dove li aspetta un ambiente amico, riscaldato e pieno delle loro comodità.

    A questo punto dovrei scagliarmi contro l’indifferenza della gente che non ha  più il minimo sentimento di pietà verso coloro che hanno bisogno, dovrei lanciarmi in una serie di anatemi contro l’anestesia dei sentimenti e delle reazioni; insomma tutte cose dette e ridette e dopo le quali le cose restano tali e quali.

    Ed allora proviamo a vedere le cose da un’altra angolatura: cosa avrebbe dovuto fare la gente che si è imbattuta in questo desolante spettacolo; la casalinga o l’impiegato che rientrano nelle proprie case avrebbe forse dovuto fermarsi e, dopo avere svegliato uno o due di questi disperati, chiedere loro: “scusi, lei perché se ne sta qui al freddo e all’acqua? Forse  non ha un posto dove andare? Venga a casa mia e vediamo quello che si può fare per aiutarlo”; oppure telefonare ai Vigili o alla Polizia per sentirsi rispondere che loro non possono occuparsene?

    Quindi, mettiamoci nei panni della casalinga e dell’impiegato: a scanso di problemi e di guai, la cosa migliore è scavalcare questi corpi riversi e chiudere gli occhi all’osceno spettacolo, cercando anche di non provare l’immancabile senso di colpa che viene fuori di fronte a queste situazioni.

    Infatti, è immancabile che in questi casi, ma anche di fronte al normale accattonaggio al quale non possiamo rispondere ogni volta, rimanga dentro di noi una sorta di senso di vergogna, “perché al posto loro non ci siamo noi?” e quindi dobbiamo far trascorrere un po’ di tempo prima che questa angoscia scompaia dalla nostra mente.

    Ed allora ecco quello che vi dico: mi sono stufato di dover provare vergogna per  una cosa di cui non ho colpa e che non sono in grado di risolvere da solo; sono stufo di provare angoscia per tutti i disperati che non posso aiutare; sono stufo per quegli occhi neri che mi fissano dolcemente quando mi chiedono l’ammontare di un caffé e ai quali non riesco a rispondere. Quindi, coloro che possono, coloro che debbono, si diano da  fare per risolvere questo  sconcio, nei modi ovviamente  “umani”, ma non mi sembra che si possa continuare oltre a “vergognarsi”; alla fine qualcuno s’arrabbia davvero e si mette alla testa dei “disperati” per entrare nei VOSTRI PALAZZI!! Chiaro il concetto??

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    QUANDO L'AUTO DIVENTA CORPO DI REATO

    di sestinif (02/11/2009 - 13:35)

    Un paio di fatterelli che ho letto in questi giorni, mi inducono a quell’affermazione che peraltro assume un tono paradossale, come sono le singole vicende, come scoprirete dal contesto che segue.

    Dunque, passiamo ai due fatterelli: il primo ha avuto luogo a Prato, città operosa e piena di ricchezza, il cui Comune è stato strappato dal centro destra; ebbene, il neo Sindaco ha emanato tutta una serie di norme contro la prostituzione “da strada”, come viene definita, una delle quali vieta anche il solo fermarsi con l’auto per contattare le “passeggiatrici”: forse bisogna parcheggiare e dirigersi a piedi verso le signorine per avere il sospirato “contatto”? Mah, misteri della burocrazia!!

    Sulla base di queste norme, una pattuglia “mista” (di quelle che vanno di moda adesso) formata da carabinieri e da paracadutisti della “Folgore”, hanno fermato un individuo – bidello presso un Istituto Superiore – che, dopo la logica contrattazione preliminare, faceva salire una prostituta nigeriana sulla sua Fiat Punto “vecchio modello”; la pattuglia è intervenuta e, nonostante l’uomo tentasse qualche scusa banale, ha rilevato inequivocabilmente che intendesse “consumare un rapporto sessuale a pagamento”: accidenti che bella scoperta e quanta perspicacia sia dei carabinieri che dei paracadutisti! Certo ora che si sono messi insieme non ce n’è più per nessuno!!

    Comunque sia, il tutto è strato sanzionato con 400 euro di multa per il cliente e altrettanti per la prostituta e con il “sequestro amministrativo” dell’autovettura; tale sequestro è successivamente diventato confisca e così la vecchia Punto è diventata un bene pubblico che sarà prossimamente “battuto ad un’Asta pubblica” ed il cui ricavato – a detta dell’Assessore alla Sicurezza – sarà investito nel sociale.

    Un solo commento: la legge sulla prostituzione risale alla famosa “chiusura dei casini”, avvenuta nel 1957, e  sancisce che nel nostro Paese la prostituzione non è vietata (è vietato l’adescamento)  e non è vietato neppure “andare a prostitute”, purché tutto questo avvenga in silenzio, senza disturbare e senza farsene accorgere, soprattutto per non costringere la società civile a dovere ammettere lo squallore – finanziario, morale e psicologico – che si nasconde dietro a questo tipo di contrattazioni. L’automobile diventa attrice anche in un’altra vicenda (su questa c’è poco da scherzarci) svoltasi in un paese in Provincia di Bari; qui  un imprenditore edile di 68 anni è stato arrestato per aver abusato sessualmente, per undici lunghissimi anni, di una donna affetta da handicap psichico e di avere costretto la disabile ad abortire per ben undici volte.

    La vittima delle violenze – che oggi ha 33 anni – ha cominciato a subire gli abusi dell’uomo, che godeva della piene fiducia della famiglia della donna (ma come è possibile??!!) quando aveva 22 anni, cioè ininterrottamente per 11 anni; da questa “relazione” (non mi sembra il termine esatto, ma non riesco a trovarne uno migliore) sono scaturiti 11 aborti, uno per ogni anno (metodico l’imprenditore!!).

    Ma l’automobile cosa c’entra con il maiale che fa violenza ad una disabile, mi chiederete? C’entra, in quanto il bastardo abusava della ragazza in località di campagna dove si appartava con la sua “automobile”: è chiaro adesso il nesso?

    Non so, ma potrebbe darsi che le autorità mettano sotto sequestro l’auto sulla quale avvenivano i turpi incontri e quindi la facciano diventare, alla stessa stregua di quella del primo raccontino, “bene pubblico”. Chiaro il concetto??

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    PRETI

    di sestinif (31/10/2009 - 15:37)

    Prendo in prestito il titolo di questo post dall’ultimo libro del celebre psichiatra Vittorino Andreoli – che sto leggendo e che mi ha dato “la voglia” di occuparmi di questo argomento – per riferirmi ad un episodio accaduto nella mia città, dove un prete, Don Santoro, ha sposato due persone: lei – che chiameremo Stella – è nata uomo e, dopo un intervento apposito, è diventata donna e si è unita in matrimonio civile in Comune, dove appunto risulta essere “donna”; a compimento dell’operazione, il nostro prete ha pensato – dopo lunghe e sofferte considerazioni - di completare l’unione con un “regolare” matrimonio religioso: in conclusione c’è stata l’arrabbiatura dell’Arcivescovo, che peraltro aveva già avvertito il prete di non procedere oltre, e la sospensione di Don Santoro, per un periodo di preghiera e di meditazione. 

    Quindi il problema è questo: la signora Stella (è un nome di comodo) è donna in Comune e uomo in Chiesa e pertanto ognuno delle due istituzioni si comporta di conseguenza; potremmo dire che entrambi hanno ragione – anche se non si comprende la diversità con cui è considerata la donna/uomo – ma bisogna vedere che cosa si intende per Chiesa, cioè se è l’Arcivescovo che la rappresenta oppure la comunità che segue Don Santoro. In ogni caso, la prima considerazione da fare è che le due strutture – Comune e Chiesa – dovrebbero trovare un comune denominatore per risolvere questi casi, anche perché non ci dimentichiamo che per il “Concordato mussoliniano”, il prete , quando sposa, è anche funzionario dello Stato Civile; quindi….

    Per la verità, tutti mi sembra concordino nell’affermare che “la ragione delle carte”, cioè la normativa ecclesiastica, dà torto a Don Santoro, ma in questo momento un po’ particolare, le norme sono lì proprio per essere disattese e questo è il vero atto “rivoluzionario” con il quale la gente crede di cambiare il mondo: beata illusione!!

    Ma andiamo avanti e notiamo che la comunità che sta attorno a Don Santoro è particolarmente agitata e furente contro l’Arcivescovo (sit in, veglie, petizioni e altro); ecco, questo è proprio ciò di cui il prete non ha bisogno; infatti  non deve lasciarsi condizionare da queste sollecitazioni e ricordarsi che il sacerdote “non” appartiene a questo o a quel gruppo, ma all’intera Chiesa universale.

    Se poi consideriamo che la vicenda si svolge a Firenze – nota per schierarsi sempre tra “guelfi” e “ghibellini” – è naturale che il prete sia considerato “di sinistra” perché schierato con gli “ultimi”, mentre l’Arcivescovo, quale rappresentante di un potere terreno (e non religioso!!) viene etichettato  “di destra”.

    Sempre dal libro di Andreoli di cui faccio cenno all’inizio, riprendo un concetto che accenna a come il prete, nel rispondere alla “vocazione” (dal latino vocare, cioè chiamare) sa a priori cosa lo aspetta: obbedienza, carità e castità; questi tre aspetti del sacerdozio dovrebbero essere altrettante stelle comete nel cammino del prete, il quale  dopo l’avvenuta unzione e la chiamata a incarichi pastorali, non può dire “ora faccio quello che voglio e rispondo di questo solo a Dio”. La Chiesa ha il diritto di avere le sue regole e chi si unisce ad essa con libera scelta deve accoglierle con ubbidienza ed umiltà e non fare operazioni che contrastano con tale scelta; in caso contrario vuol dire che la scelta iniziale non era sufficientemente ponderata e quindi mi sembra giusto il “periodo di riflessione e preghiera” comminato dall’Arcivescovo; in questo lasso di tempo Don Santoro cerchi dentro se stesso le motivazioni che lo hanno portato ad essere prete e se ci sono ancora si comporti di conseguenza; se non ci sono più…faccia come me, cioè faccia il laico, più o meno impegnato socialmente; e basta!!

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    ALCUNE INCONGRUENZE (apparenti?)

    di sestinif (29/10/2009 - 13:38)

    Cominciamo a parlare della Cina: da una parte, cioè nella politica interna, è durissima con gli oppositori di regine e, insieme all’Iran, è la Nazione che usa più spesso il boia.

    Mentre il regime degli Ajatollah ha emesso quattro sentenze di condanna alla pena capitale per altrettanti esponenti politici che avevano partecipato alle manifestazioni di protesta contro i brogli delle ultime elezioni, la  Cina ha emesso sei condanne a morte per gli scontri avvenuti nello Xinijang nel luglio scorso. Entrambi i Paesi sono largamente in testa alla vergognosa classifica di coloro che emettono il maggior numero di condanne a morte; non c’è da esserne orgogliosi, ma lasciando da parte l’Iran che ha i suoi problemi interni  ed esterni, limitiamoci ad esaminare l’atteggiamento della Cina che appare tanto dura all’interno quanto invece anticolonialista  con i Paesi del terzo mondo; come ho già avuto modo di scrivere tempo addietro, la Cina si propone ai paesi dell’Africa come un partner economico e non come il solito ladrone che arraffa quello che c’è da arraffare e poi  torna a casa.

    In questo contesto non sorprende più di tanto la richiesta di aiuto rivolta dalla Banca Mondiale alla Cina, per mettere a disposizione dell’Africa risorse intellettuali e finanziarie; l’accordo è semplice e lineare: la Cina aiuta e promuove la crescita costruendo scuole, ospedali, case e quant’altro serve per un armonioso sviluppo socio-economico di quel Continente, ricevendo in cambio petrolio (da Sudan, Angola e Nigeria) cobalto (dal Congo), platino, oro e diamanti da Zimbabwe e Sudafrica.

    Quindi, fatti salvi gli interessi economici del grande paese asiatico, almeno in apparenza abbiamo una forte contribuzione allo sviluppo del paese, circostanza che dovrebbe indurre gli africani a vedere la presenza cinese come quella di un “amico” e non di un predone come viene considerata quella degli altri paesi mondiali.

    Staremo a vedere se effettivamente verrà coniugato il verbo “aiutare” accanto a quello di “fare affari”; se così sarà, gli altri Paesi interessati al Continente africano, dovranno rivedere le loro posizioni ed allinearsi alla Cina.

    E veniamo ad un altro – apparente – paradosso, quello di Berlusconi che si scaglia continuamente contro “i comunisti”, siano essi magistrati o giornalisti, ma poi si vede privatamente e molto spesso con un ex KGB come Putin, nato e cresciuto sotto il comunismo sovietico, dal quale ha imparato la spietatezza verso gli avversari.

    Ed allora vediamo l’atteggiamento del nostro premier verso i magistrati: il fatto di etichettarli come “comunisti” serve a livello mediatico per indicare ad “una fetta di gente” uno spauracchio di totalitarismo che incute sempre una certa paura.

    Il risultato di questo atteggiamento – che discende, diciamolo onestamente, da una esagerata persecuzione dell’organo giudiziario – è che la gente, coloro che votano, prende per buona l’etichetta e sorvola sulla gravità o meno del reato ascritto al nostro Presidente; la riprova di questo risultato è che in un recentissimo sondaggio lanciato da Sky nel quale si chiedeva ai telespettatori di schierarsi con Alfano o con l’ANM (cioè l’associazione dei Magistrati), a proposito della riforma della giustizia, il primo ha stravinto per 62 a 38; diamogli pure al sondaggio l’importanza che merita, ma questo è uno spaccato che non può essere disatteso, perché chi vota è “quella gente”.

    E l’amicizia con Putin? In questo caso la patina di “comunista“ non inquina il rapporto che è basato su “affari” (anche personali???) relativi all’energia ed al comune sentire circa la bella vita: belle ville, belle donne, insomma “il paradiso in terra” e su questo l’intesa è facilissimo trovarla. Chiaro il concetto?? 

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    ANCORA SU MARRAZZO

    di sestinif (27/10/2009 - 14:20)

    Aggiungiamo qualche commento sulla vicenda del Governatore del Lazio; anzitutto ribadiamo i termini della questione: Marrazzo è da considerare “in colpa” per aver taciuto la cosa alla famiglia (moglie e figli), ai laziali che lo hanno eletto ed al suo partito che lo ha candidato; fuori da queste colpe, Marrazzo è stato trattato malissimo dai media e dalla gente comune.

    Vediamo come; sui giornali di oggi si legge quanto segue: il GIP, Sante Spinaci, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “tra l’1 e il 4 di luglio il Marrazzo si recava in Via Gradoli per avere un incontro a pagamento con una certa Natalie; dopo essersi parzialmente spogliato, deponeva sul tavolo 3.000 euro – parte della somma concordata in 5.000 euro – conservando la rimanente somma ed i suoi documenti all’interno del portafogli; poi – mentre i due si accingevano a consumare il rapporto sessuale concordato – avveniva l’irruzione dei militari dell’arma, identificati dallo stesso Marrazzo attraverso una foto”.

    Mi chiedo: il magistrato è autorizzato a rendere di dominio pubblico una dichiarazione resa da una persona che non risulta indagata per alcun reato? E comunque, vista la notorietà della persona, non ha sentito il dovere di tenere la cosa nascosta?

    Evidentemente il Dottor Spinaci ha risposto di no ad entrambi i quesiti ed ha spiattellato ai media tutta la vicenda, fino nei minimi particolari (i soldi) ed i media non si sono fatti pregare due volte a “inzupparci il pane” ed a farne oggetto di clamore e di grossi titoli: mi ha colpito in modo particolare un quotidiano che ha fatto un servizio su Via Gradoli (famosa ai tempi del sequestro Moro) e sulla “fauna”  che la abita adesso, con le interviste a “Brenda” a “Michelle” ed a “Natalie”, tutti/e e tre  che si dichiarano intimi/e di Piero, addirittura quest’ultima si definisce “la sua fidanzata”.

    Un paio di considerazioni; la prima si riferisce al compenso pattuito (5.000 euro) per la prestazione di Natalie: accidenti, ma qui siamo in presenza di compensi notevolissimi, tali da superare le “consulenze d’oro” di una volta e che denotano due cose: il trans Natalie con questi introiti dovrebbe essere ricco/a come un nababbo; la seconda è che il Marrazzo, per pagare queste cifre, deve guadagnare bene avere beni di famiglia: mi sbaglio forse? Caso mai avvertitemi!!

    E adesso un’ultima considerazione: come mai i potenti di oggi preferiscono trastullarsi con persone (uomini, donne o ambigui) a pagamento? Già perché se scorriamo la storia, vediamo che i potenti di una volta si trastullavano con “favoriti” (maschi o femmine), creature dotate di rara bellezza e di molto charme, accompagnato ad una spiccata intelligenza. I potenti di oggi preferiscono invece avere rapporti con escort di lusso (belle ma non eccezionali) o con trucidi transessuali ai quali corrispondono (in soldi o favori) la giusta mercede al termine dell’incontro e quindi chiudono la partita.

    Sia le “favorite” di una volta che le escort o i transessuali di adesso hanno in comune un aspetto che riguarda la loro “attività”: rendono più misera e squallida l’idea del sesso, privandolo del mistero e dell’incanto che solo la fantasia e lo spirito può evocare; insomma in entrambe le situazioni, abbiamo alla base di tutto un rapporto di mercificazione del corpo, cioè proprio quello che il vecchio femminismo cercò invano di combattere e che ritorna, portato anche dalle demenziali esibizioni televisive di ragazze mute e seminude, simbolo di questa nostra civiltà che premia unicamente l’apparire, trascurando “il dentro” (questo lo anticipava già il “futurismo” di Marinetti all’inizio del ‘900 e si è puntualmente avverato!!). 

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    LA VICENDA MARRAZZO

    di sestinif (26/10/2009 - 14:15)

    Dopo la vittoria di Bersani alle “primarie” del PD – peraltro largamente prevista, seppure non scontata – la vicenda che attualmente è “sulla bocca di tutti” è quella del Governatore del Lazio, Marrazzo, seguito, fotografato e poi ricattato da quattro carabinieri mentre si intratteneva con un transessuale (Natalì); sembra che per l’operazione siano stati emessi alcuni assegni per complessivi 20.000 euro e consegnato del contante: mi chiedo, ma come, un ricatto si fa a mezzo assegni? Non l’ho mai visto, nei film o nei telefilm, forse avviene solo nella vita reale/virtuale attuale, laddove cioè io non entro. Mah, sarà, ma a me sembra una stronzata!

    Comunque andiamo avanti e vediamo alcuni quesiti che il sottoscritto, montato come è noto all’incontrario, propone a voi tutti, ma anche a se stesso.

    Primo quesito: ma per essere Governatore o comunque un politico in carriera è indispensabile “non frequentare” simili ambigui personaggi? Non c’è scritto da nessuna parte, né sullo statuto del partito di appartenenza e neppure su quello della Regione Lazio; l’unica cosa che è sostenibile, è il problema dei ricatti che – frequentando quegli ambienti – possono scaturire e fare quindi del male al soggetto.

    Allora diciamo meglio: non è influente l’operato – sessuale o di altra natura – del personaggio, quanto la sua ricattabilità; e quindi, facciamo un esempio:  Marrazzo non paga per tacitare il silenzio dei ricattatori, ma convoca una conferenza stampa durante la quale, alla canea urlante dei giornalisti, dice: “ho dei gusti sessuali un po’ particolari, me ne vergogno,ma di tutto questo me la vedrò con mia moglie; sotto il profilo della governabilità della Regione tale vicenda non entra per niente, quindi non mi dimetto”; mi chiedo, cosa ci sarebbe stato di scandaloso? Del resto, Governatori con “gusti non ortodossi” ce ne sono altri, leggasi quello delle Puglie, Niki Vendola.

    E invece, ci sono politici che stanno invocando una sorta di crocifissione: la Bindi ha affermato che Marrazzo non solo dovrebbe dimettersi all’istante, ma sapendo di avere questo “vizietto” non avrebbe dovuto neppure candidarsi.

    Allora, prima delle candidature cosa facciamo, una specie di test attitudinale sull’eterodossia sessuale? Oppure, come suggerisce qualche giornalista nel suo articolo odierno, potremmo mettere insieme una sorta di “lista” contenente tutte le cose che le cariche pubbliche di un certo rilievo non possono fare; tale formulario dovrebbe essere  firmato prima della candidatura e la mancata osservanza di quanto ivi stabilito, comporta l’allontanamento dalla carica pubblica rivestita, dal partito che lo ha candidato, dalla Nazione gli ha dato i Natali, dall’Europa che lo ospita, dal Mondo che lo comprende, con la sua conclamata globalizzazione: va bene così?

    In questa sorta di manuale distruzione sui come comportarsi nella qualità di “persona pubblica”, si parte dal divieto di mettersi le mani nel naso e si arriva a…..; non c’è limite alla stupidità umana e quindi non ci dovrebbe essere limite neppure alle cose da proibire.

    Naturalmente in questa “lista delle proibizioni” non si parla di dirittura morale in senso economico, cioè non si allude alle mazzette o alle bustarelle che possono cadere nelle mani della “persona pubblica”: queste cose – pur non essendo esplicitamente tollerate – non vengono neppure nominate e, si sa bene che tutto ciò che non viene nominato, non esiste. Chiaro il concetto??

     

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    I MALEFICI DELLA CRISI

    di sestinif (25/10/2009 - 13:52)

    Mi riferisco ovviamente alla stramaledettissima “crisi mondiale”, della quale nessuno ancora ci ha spiegato come sia nata, chi l’abbia provocata, se questo qualcuno ha pagato oppure no; insomma, a ben guardare, la crisi sembra innescata dai “marziani” che, dopo aver fatto il disastro, se ne sono tornati tranquillamente nel loro pianeta: ma sappiamo bene che così non è e in questo modesto post voglio narrarvi alcuni aspetti che, magari, già conoscete, ma che è sempre bene ribadire; anzitutto, in relazione al titolo, il termine “malefici” è usato in contrapposizione ai “benefici”.

    Dunque, in merito alla fase economica attuale ed a quella prossima, i pareri sono disparati: chi dice a chiare lettere che ormai la crisi è finita, si vede benissimo la luce al termine del tunnel e via di questi discorsi; pariteticamente, si continua a leggere che i numeri dei disoccupati sono destinati non a diminuire, neppure a rimanere tali e quali,ma addirittura ad aumentare, con numeri che fanno impressione per chi non li considera solo come cifre fini a se stesse ma chi ci appiccica dietro ad ognuno di loro una famiglia che entra nei problemi.

    E qui comincio subito a narrare alcune dolenti note: nella mia Regione stiamo sperimentando un nuovo (almeno per me che non lo conoscevo) sistema per licenziare la gente e ridurre così il proprio personale; facciamo l’esempio dell’azienda “Italia” (nome di comodo) che desidera scremare il proprio parco dipendenti di una trentina di unità; essa allora cede un “ramo d’azienda” alla società “Francia” (altro nome di comodo) e a questa struttura ci lega i dipendenti che desidera far fuori; la nuova società, dopo alcuni mesi di abbrivio operativo, durante i quali neppure paga gli stipendi, decide di chiudere l’azienda e licenzia così i dipendenti.

    In sostanza si tratta di un nuovo escamotage messo in piedi dai “tagliatori di teste” per licenziare i dipendenti senza che i sindacati possano far niente, trattandosi di una azienda appena nata e già in grosse difficoltà (i libri contabili lo dimostrano).

    Questo che vi ho narrato non è fantasia mia o di qualche altro ma è la nuda verità circa quanto accaduta ad una azienda florida – almeno in apparenza – che ha operato come ho descritto sopra; conclusione della vicenda: 63 dipendenti licenziati e altrettante famiglie con le mani nei capelli.

    Ricorderete che nei miei post, al momento di narrare storie del genere, univo l’invocazione che anche i “padroni” subissero queste situazioni, cosa che negavo potesse avvenire; ebbene, mi debbo ricredere e chiedere scusa: sempre nella mia città, una donna che fino a non molto tempo addietro guidava una piccola ma fiorente impresa, la troviamo a mangiare, insieme alla figlia alla mensa della Caritas.

    Quale il motivo di tale situazione? Sembra che il blocco di alcuni fidi bancari avrebbe provocato l’impossibilità di rinnovare il campionario e da quel momento tutto si è trasformato in una valanga che è rovinata addosso alla imprenditrice, senza che nessuno – amici, parenti, associazioni ed istituzioni – trovasse il modo di intervenire.

    E così la donna e la figlia, per riempire la pancia non trova di meglio che presentarsi alla mensa dei poveri; “vorrei trovarmi un lavoro, ma a 51 anni chi mi prende?”, questo l’amaro commento finale alla sua tragica situazione.

    Ma lei, signora, nonostante tutti i guai che si è trovata a gestire, spero che abbia mantenuto il televisore: ebbene domani sera parte “Il grande fratello” e quindi tutti i problemi della gente, di qualunque natura, si risolveranno da soli; o no? Comunque sia,  i 15 concorrenti alla gara domani sera entreranno nella mitica “casa”; contenti??

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    COSA NE PENSATE

    di sestinif (23/10/2009 - 13:29)

    Mi riferisco a due fatti che riporto dalla stampa e dagli altri mezzi di comunicazione: il primo riguarda la vicenda napoletana, nella quale è implicato l’ex ministro Mastella e la di lui consorte, attuale Presidente del Consiglio Regionale campano.

    Ovviamente non entro nel merito della vicenda giudiziaria che, tra le altre cose, ancora è, o dovrebbe essere, coperta dal segreto istruttorio; mi limito a registrare alcune dichiarazioni del Mastella in merito ad un file scoperto dagli inquirenti, nel quale c’era una sfilza di nomi di persone “raccomandate” da vari personaggi politici locali e nazionali per delle assunzioni in una Agenzia regionale.

    Mastella ha detto: “non ho mai preso una lira; mi sono limitato a raccomandare dei poveracci, i quali – se ci sarà il processo – verranno con me in Tribunale perché la Corte li possa vedere”; sulla raccomandazione a Napoli esiste tutta una letteratura che va da Peppino Marotta al più moderno Luciano De Crescenzo.

    Il primo coniò la frase diventata celebre “Eccellenza, faciteme faticà, tengo famiglia”, perfetta espressione dell’arte napoletana di arrangiarsi, ma specchio anche di una situazione nella quale è impossibile trovare un posto di lavoro senza l’intervento di “qualcuno che conta”; ancora più gustoso è l’episodio della lettera, con cui il questuante un posto di lavoro,  scrive all’eccellenza, rimproverandolo perché gli aveva trovato un impiego, ma lui aveva richiesto “uno stipendio” e non un “lavoro”.

    Il secondo, De Crescenzo,  nel celebre libro “Così parlò Bellavista”, descrive l’odissea di un milanese inviato a Napoli in qualità di Capo del Personale all’Alfa di Pomigliano: deve scappare varie volte per sfuggire alla folla di questuanti che non gli chiedono denaro ma “un posto di lavoro”; tant’è vero che egli si fa la convinzione che a Napoli è un suicidio dichiararsi una  persona influente.

    Questa è la vicenda, ma non vorrei che anche in seno alla Magistratura si pensasse che a Napoli “la raccomandazione” , cioè il favore, la protezione, l’appoggio a persona autorevole a danno di altri, venga sottostimata in virtù di una consuetudine popolaresca che in qualche caso può essere scambiata per norma: questa forma di raccomandazione è parente stretta del clientelismo ossia della politica fondata su favoritismi personali che vengono ricambiati con il voto.

    L’altro fatto interessante è la dichiarazione del segretario del PD, Franceschini, in lizza alle primarie di domenica prossima per essere confermato alla guida del partito: “se sarò il vincitore dell’elezione, nominerò due vice segretari: uno è il deputato Touadi, perché è nero (è congolese), l’altra sarà una donna”, senza indicarne il  nome, perché avrebbe delegato le donne del partito a sceglierla.

    Mi sembrano due scelte fatte solo per calamitare l’attenzione dei votanti su due elementi che politicamente sono irrilevanti: il primo – cioè il nero – avrebbe le carte in regola per essere scelto anche senza il colore della sua pelle, essendo in possesso di tre lauree, ed essendo – oltre che deputato – professore universitario.

    Il fatto però di sottolineare il colore della pelle come elemento derimente della scelta, anzitutto banalizza la potenziale “integrazione razziale”, rendendola soltanto funzionale al consenso ed inoltre offende una persona che – indipendentemente dal colore della pelle – ha i titoli per svolgere tale incarico.

    Il demandare poi “alle donne”, la scelta della donna che sarà la seconda vice segretaria, mostra l’importanza che si da a tale incarico: mi sbaglierò, ma il discorso che sta sotto è: mettete pure chi volete, tanto per quello che conta!!”

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    IL POSTO FISSO

    di sestinif (21/10/2009 - 13:32)

    Ha cominciato un paio di  giorni fa il Ministro Tremonti, affermando che “il posto fisso è un valore da difendere che è alla base della stabilità della famiglia”; gli ha fatto eco, il giorno seguente, il Presidente Berlusconi, dichiarando di essere perfettamente d’accordo con il suo ministro.

    Mi sbaglierò, ma le affermazioni dei due uomini di stato, mi assomigliano tanto alle battute del compianto Max Catalano, il trombettista che lavorava con Arbore e soleva dire: “meglio una moglie bella e ricca di una povera e brutta”; ricordate le sue banalità?

    Ovviamente da parte della Confindustria si è subito aperto un fuoco di contraerea messo in piedi addirittura dalla Presidente Marcegaglia che ha definito il discorso di Tremonti/Berlusconi come “un ritorno al passato”, riaffermando la validità del precariato (da lei definito lavoro flessibile)   e precisando che gli imprenditori sono per la “stabilità delle imprese e dei posti di lavoro che non si fa per legge”; e infatti, il discorso dei due componenti del governo non è un impegno legislativo ma piuttosto un modo filosofico ed etico di affrontare il problema.

    Peraltro, anche alcuni colleghi di Tremonti nel governo, si sono dimostrati scettici sulla validità del “lavoro fisso”, definendolo “ricetta del secolo scorso” (Brunetta) oppure liquidandolo come “una battuta” (Sacconi), mentre Scajola ritiene che “è sicuramente vero che c’è troppa precarietà e che dobbiamo trovare un modo per cui la precarietà, dopo un certo periodo, si stabilizzi”: ai miei tempi di chiamava “avventiziato”!

    E ora veniamo ad alcune cifre: dal 2002 al 20087, l’occupazione in Italia è aumentata del 7,5%, grazie – dicono alcuni – alle misure che hanno reso meno rigido il mercato del lavoro; i lavoratori cosiddetti atipici sono l’11% dei lavoratori italiani (il 22% di coloro che hanno meno di 34 anni).

    Nel mondo universitario, i colleghi di Biagi, si mostrano più netti: “il lavoro fisso non esiste più, diventa decisiva la formazione”; precisando ulteriormente il concetto con questa affermazione: “l’occupazione stabile non deve essere garantita da normative, ma dalla professionalità del dipendente”; l’autore di questa frase è un docente universitario, cioè uno di quelli che hanno “il posto fisso e ben remunerato” e che per essere mandati in pensione bisogna ricorrere al Consiglio di Stato; quindi, vige il detto “da che pulpito vien la predica, esimio professore!”. Ed a proposito della “professionalità” che dovrebbe avere il dipendente, una sola domanda: e se non ce l’ha come ci comportiamo? Lo abbattiamo subito, direttamente sul posto di lavoro, a monito dei colleghi affinché tutti si professionalizzino, oppure c’è in ballo qualche altra soluzione, magari un po’ meno cruenta? Certo, esimio professore, nell’ambiente dove lei prende lo stipendio, ce ne sarebbero tanti di “abbattuti”!

    Ma insomma, ai 2.800,000 precari che in questo momento fanno felici Confindustria e compagnia bella, cosa raccontiamo: forse che “precario è bello”?  E quando vanno in Banca per chiedere un prestito e glielo rifiutano perché non hanno la busta paga cosa gli possiamo suggerire?

    Comunque, anche dalla sinistra il discorso di Tremonti/Berlusconi non viene preso per buono ed è comprensibile: se anche loro diventano “di sinistra” come si fa a combatterli?

    Ma per i precari ed anche per i cassaintegrati (questi ultimi hanno più tempo libero) una buona notizia c’è: lunedì prossimo 26 ottobre ritorna “Il Grande Fratello”; queste sono le gioie della vita, altro che posto di lavoro!! Chiaro il concetto??

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    SOLDI ED EXTRACOMUNITARI

    di sestinif (20/10/2009 - 14:14)

    Nella mia Provincia si è verificato un caso di truffa – almeno in apparenza – messa in piedi da extracomunitari ai danni dell’INPS: si tratta di un trucco semplice e remunerativo che consiste nell’appropriarsi dell’assegno sociale che lo Stato elargisce a coloro che abbiano la residenza/soggiorno stabile in Italia per almeno 10 anni, oltre al limite di 65 anni;  la truffa riguarda gli extracomunitari che pur avendo fatto rientro nel paese di origine, continuerebbero a ricevere dall’INPS la cosiddetta “pensione sociale” attuando dei rientri episodici – giusto qualche giorno – per rinnovare il permesso di soggiorno e poi ritornare nel loro paese.

    Contro questo andazzo truffaldino, si è schierato un esponente che – direte voi – appartiene alla Lega; e invece è di Rifondazione Comunista ed ha fatto una dichiarazione  interessante: “questi signori, vengono in Italia solo per incassare i soldi truffati allo Stato e sul nostro territorio non spendono neppure per un cappuccino”.

    Ricorderete che recentemente facevo notare come uno dei problemi che si innesca nella questione degli extracomunitari è quello della cosiddetta “rimessa emigrati”, cioè di quei denari che tutti – o quasi – i migranti in Italia che guadagnano anche pochi soldi, una parte li inviano nel loro Paese: magari qui da noi vivono di carità e miseramente, ma tutto questo per poter effettuare il consueto versamento (più o meno grande) nella loro patria d’origine.

    Sentite come commenta la questione il politico di Rifondazione che ho citato sopra: “l’inerzia istituzionale (cioè la carenza dei controlli da parte dello Stato), favorisce un vero e proprio saccheggio delle nostre risorse sociali ed economiche”; non capisco cosa siano le “risorse sociali” (forse i sussidi intesi sotto l’aspetto della socialità) ma per quanto riguarda quelle “economiche” sono la stessa cosa di cui parlo nei miei articoli.

    Infatti, gli extracomunitari che vivono nel nostro Paese, hanno l’abitudine di inviare una fetta, più o meno ampia, di quanto guadagnano ai parenti rimasti in patria, allo scopo di aiutarli a tirare avanti e, con il rimanente, costituire una sorta di “gruzzoletto” (in denari o beni immobili) per quando rientreranno dall’Italia: quindi, parlare di “saccheggio delle nostre risorse” mi sembra quanto mai appropriato.

    Ma cerchiamo di andare avanti nell’esame del problema: i migranti che raggiungono in modo più o meno avventuroso il nostro Paese sono di varia estrazione e provenienza: la maggior parte è rappresentata da autentici “disperati” che nella loro terra non riescono a tirare avanti e quindi emigrano per cercare lavoro e un tozzo di pane; molti di loro hanno nostalgia per il loro paese e da qui discende l’invio del denaro al parenti rimasti a casa. Una parte di queste persone, non riesce a trovare lavoro e quindi cerca di arrangiarsi in ogni modo: venditori ambulanti, lavavetri, accattoni e, proprio in ultima analisi, spacciatori di droga.

    Naturalmente, in questa caterva di gente che varca il nostro confine, è facile infiltrarsi per coloro che vengono per delinquere o per compiere azioni terroristiche; l’ultimo esempio è l’attentatore libico Game che si è ferito gravemente nell’azione alla caserma milanese: se ci fosse stata in vigore la legge della cittadinanza dopo 5 anni, anziché dopo 10 come è adesso, sarebbe già nostro concittadino.

    È chiaro che con questi esempi e con tanti altri che la stampa enfatizza, l’opera di integrazione dei galantuomini – che, ripeto, sono la maggioranza – riceve forti spinte all’indietro e fornisce materiale agli xenofobi che, tra la nostra gente, non sono certo una sparuta minoranza. Chiaro il concetto??

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    ALCUNI SPOT TELEVISIVI

    di sestinif (18/10/2009 - 13:47)

    Il primo spot di cui desidero parlare è quello che vede impegnati Fiorello e i due Bongiorno  - Mike, il padre e Leonardo, il figlio – per pubblicizzare un gestore di telefonia;  molte le polemiche che sono sorte da questo commercial, in quanto lo stesso è uscito in TV dopo la morte del grandissimo Mike.

    Sinceramente non ci ho trovato niente di scandaloso, dato che è la tecnologia  a consentire il fissaggio delle immagini e la loro  conservazione nel tempo, realizzando così – almeno a livello virtuale – il sogno dell’uomo di essere immortale.

    L’aspetto principale dello spot, mi sembra però un altro: il desiderio di Mike di lanciare in scena il giovanissimo Leonardo, ultimogenito del grande presentatore, colui che probabilmente ha sentito più degli altri componenti della famiglia, il grande dolore per l’improvvisa perdita del padre.

    Il succo del breve filmato è che adesso bisogna per forza fare “largo ai giovani” e quindi, mentre Mike è relegato a fare il regista, Fiorello, deve subire l’onta del ragazzino (appunto Leonardo) che gli viene affiancato per rappresentare la nuova generazione che lancia messaggi destinati appunto ai giovani.

    Lo potremmo vedere anche come una sorta di “testamento artistico” del padre nei confronti del figlio, ma – a parte l’impegno del presentatore nei confronti di Leonardo – c’è da rilevare che tutta l’operazione rappresenta un grosso tornaconto economico per la famiglia  Bongiorno e quindi siamo di nuovo a parlare di denaro come corruttore delle umane ambizioni artistiche.

    L’altro spot è quello del piccolo dessert “Grand Soleil”, il fine pasto che ti tira su, come dice Montesano, ingaggiato per questa seconda versione del commercial; quello che mi intriga in questa operazione è che il protagonista del breve filmato è indubbiamente il “ruttino” che la giovane donna si lascia scappare dopo aver mangiato il prodotto in discussione. Ed è questo ruttino che Montesano – il protagonista deputato dalla produzione – chiama bonariamente “tirare su”, attirando anche la brava Antonella Clerici nella situazione di doppio senso; da notare che questo atteggiamento era già presente nella precedente edizione dello spot ed il fatto che appaia anche in questo – che ha due testimonial di prestigio come Montesano e la Clerici – mi dice che ha avuto successo nei confronti della platea dei consumatori.

    In pubblicità, la grande battaglia che viene combattuta dagli autori è perennemente quella contro la “banalità”; niente è più deleterio nei confronti del prodotto che essere banale nella sua presentazione al grande pubblico: si dice che se non hai a disposizione il “glamour”, devi inventartelo!

    Ebbene, è proprio quanto credo sia accaduto al commercial di “Calzedonia”, azienda produttrice di “intimo” femminile e maschile e della calzetteria per entrambi i sessi.

    Forse – è solo una mia ipotesi – dopo aver realizzato uno spot senza infamia né lode con belle immagine e colori suadenti, non aggressivi, l’autore si deve essere accorto che il filmato aveva la maledizione della banalità e non avrebbe potuto avere quel successo che i soldi pagati dal committente richiederebbero.

    Allora cosa ha fatto? Pensa e ripensa, le soluzioni erano due: la prima prevedeva il rifacimento completo del filmato, la seconda l’inserimento di qualche elemento che potesse dare tono e vivacità allo spot: detto fatto, è stata scelta la seconda soluzione e il filmato è stato musicato dall’Inno di Mameli, arrangiato come valzer lento: le polemiche sono scoppiate subito e il gioco – per l’azienda – è stato fatto!! Chiaro??

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    RIPARLIAMO DI RIFORME

    di sestinif (16/10/2009 - 14:07)

    All’indomani della bocciatura costituzionale del cosiddetto “lodo Alfano”, si è riaperta la problematica circa le riforme dell’ordinamento giudiziario, riforme che facevano parte integrante del programma di governo, ma che, pur essendo strutturate in due fasi, la riforma del processo civile (già approvata) e penale (non ancora entrata in discussione), rischia di suscitare polemiche ancora prima di conoscerne i contenuti.

    Per quel che mi è dato sapere, le problematiche sul penale constano di due novità: la separazione delle carriere tra P.M., e giudici e l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale.

    Per il primo punto i pochi (ma importanti) giudici che continuano a sostenere l’utilità delle carriere unite al grido di “siamo tutti magistrati”, fanno armai parte di un esercito minoritario e quindi il problema dovrebbe essere ampiamente risolvibile; il secondo punto, invece, richiede una modifica costituzionale e – sappiamo benissimo – che quando si entra in questi gineprai, si sa quando si comincia ma non quando si finisce.

    Il centro-destra avrebbe i numeri sufficienti – sia alla Camera che  al Senato – per approvare tranquillamente i provvedimenti, senza la condivisione di tutta o di parte dell’opposizione. Ma – proprio come si fa quando non si vuole approvare una norma  - ampie fette delle istituzioni (Presidenza della Repubblica e Presidenza della Camera dei Deputati) cominciano a mettere una sorta di obbligo che avrebbe la maggioranza: quello di approvare queste leggi, che si definiscono basilari per il vivere civile, con la più ampia convergenza possibile.

    Ma questo cosa vuol dire? Non certo che finché non si è quadrato il cerchio si resta così come siamo, perché in questo caso saremmo in pieno immobilismo, tra l’altro ampiamente voluto o meglio, addirittura preparato e realizzato; infatti, se dobbiamo attendere quello che, in teoria, ma anche in pratica, non avverrà mai, cioè la convergenza di maggioranza e opposizione, tutto resta com’è fino alla fine dei secoli; mi sembra che la maggioranza deve fare il proprio mestiere e analogamente l’opposizione; e le Istituzioni – quelle con la “I” maiuscola – dovrebbero parlare meno e dare meno consigli possibili, specie per quanto riguarda quelli dati a mezzo stampa: chi vuol, capire capisca!

    Dico questo perché è nota la posizione di Fini che dice – a proposito della riforma della giustizia – che il tutto deve avvenire “insieme” all’opposizione; da parte sua, l’attuale segretario del PD – maggiore partito di opposizione – avverte perentoriamente che, se verrà confermato alla guida del partito – “non farà nessuna riforma con questo Governo”. E allora come si può fare? Se continuiamo così, le riforme il Governo è tenuto a farle da solo! Oppure deve continuare ad aspettare??

    Ma dico, se l’opposizione collaborasse con la maggioranza e mettesse fuori tutta una serie di proprie idee, avverrebbe che se la maggioranza ne facesse proprie alcune, sarebbe una vittoria non solo morale ma anche politica, se invece non ne accogliesse neppure una, sarebbe facile attaccarla sul merito del provvedimento.

    A meno che non si voglia che poi la  gente (o meglio, la stampa) non parli di “inciucio” se alcune parti della nuova normativa usciranno fuori in modo “condiviso”; ma penso che fare politica è anzitutto “scegliere” per il bene del popolo che si rappresenta e quindi – in alcuni casi – si può anche rischiare l’impopolarità per mandare avanti qualcosa di valido per tutti, qualcosa che è stata scelta da buona parte del Parlamento; o no?? Forse che la propria “immagine” vale più di ogni altra cosa?

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    L'ELEZIONE DEL PROSSIMO SEGRETARIO PD

    di sestinif (14/10/2009 - 15:39)

    Tra una diecina di giorni o poco più (il 25 ottobre), si eleggerà il nuovo segretario del P.D.; l’evento è di quelli importanti per la vita futura del Paese, perché un’opposizione forte  è indispensabile per il corretto funzionamento del nostro sistema “maggioritario”.

    I concorrenti alla carica sono tre e precisamente il segretario attuale, Franceschini, nonché i due “sfidanti”, Bersani e Marino; chi li elegge? Tutti, non solo gli appartenenti al partito, ma anche coloro che la pensano in modo diverso, ma si recheranno presso i luoghi deputati per le votazioni; è giusto così oppure gli elettori avrebbero dovuto essere soltanto gli iscritti al partito? Difficile dirlo, ma la stessa cosa è stata  fatta con Veltroni ed ha funzionato, quindi perché cambiare, si devono essere detti gli organizzatori, anche se qualcuno (D’Alema in particolare) ha detto che avrebbero dovuto essere come quelle americane, cioè riservate agli iscritti.

    Questa elezione avviene in un periodo particolare del Paese, durante il quale non si parla di “cose da fare” ma soprattutto di etica e di atteggiamenti morali, cose giuste ed importanti, ma che alla gente spicciola importano poco.

    Di questo, ovviamente, se ne sono resi conto anche i dirigenti del PD, tant’è  vero che il baffo fine Massimo D’Alema, si è espresso così: “questo antiberlusconismo che sconfina in una sorta di  sentimento anti-italiano, è l’approccio peggiore alla grande sfida politica che il Paese ha di fronte”; anche in questo caso si deve notare che l’uomo, può avere tanti difetti ed anche qualche ambiguità, ma di sicuro non gli si può negare una qualità: sapere trovare, al momento giusto, delle felici sintesi che si contrappongono ai fumosi ragionamenti dell’establishment in puro stile politichese.

    In concreto, D’Alema punta ad un confronto meno fumoso e più costruttivo, nel quale diminuisca  l’importanza dei gossip ed emergano al suo posto le idee politiche, le soluzioni da prospettare agli italiani, insomma tutto quello che ormai siamo abituati da tempo a non vedere.

    Ma torniamo alla “gara” e vediamo come sta andando; ovviamente, come era facilmente prevedibile, i tre candidati se le stanno suonando di santa ragione e questo discende proprio dal concetto di “gara”, nel quale è previsto che uno solo vinca e gli altri si accontentino di quello che il vincitore lascerà loro.

    Con questa sfida al calor bianco è facile essere d’accordo con Enrico Letta quando afferma che “se continua così, il 26 ottobre troveremo macerie” ed aggiunge che non dobbiamo dimenticare che dopo soli sei mesi ci sono le regionali e verranno affrontate con i candidati che ancora se le stanno dando a tutto spiano; un solo esempio: nel sud sono stati candidati da Bersani la Jervolino, Bassolino e Loiero; tanto è bastato ai fans di Franceschini per affermare che egli “è rimasto al passato”, mentre Franceschini rappresenta “il futuro”.

    Io, da  non politico, mi limito a chiedere il perché un personaggio come D’Alema sia fuori dall’agone per la segreteria del PD; di lui il grande vecchio del PCI, Macaluso, afferma che “è il più intelligente e quello con maggiore cultura politica, ma il suo limite è che sopravvaluta la propria intelligenza e sottovaluta quella altrui e quindi la realtà che lui crede di governare gli sfugge regolarmente di mano”.

    In questa elezione tiene per Bersani, ma devo dare al simpatico emiliano un avvertimento: D’Alema ha detto che “non è riuscito a far del male a nessuno, salvo che a se stesso”; speriamo che le cronache non gli facciano aggiungere “…e a chi ha sostenuto”; tocchi pure ferro o quello che ritiene più opportuno!!

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    COSE CHE LASCIANO DI STUCCO

    di sestinif (13/10/2009 - 14:31)

    Quante volte abbiamo letto – e stigmatizzato – situazioni nelle quali una famiglia si schiera contro il figlio o la figlia per ragioni etniche? Anch’io, modestamente, ho le mie colpe, in quanto ho usato queste cronache per parlare di integrazione. Bene, adesso siamo a parti invertite: la figlia annuncia “amo un albanese” ed il padre l’accoltella.

    Ma andiamo con ordine e cominciamo dall’inizio: siamo ad Osimo, in provincia di Ancona, dove vive una famiglia (padre, madre, un figlio e una figlia) di origine napoletana (quartiere di Scampia) della quale fa parte una giovane ragazza di 23 anni, Evelina, che – dopo una burrascosa relazione con un ragazzo albanese dalla quale era nata anche una bambina (che oggi ha cinque anni) – ha deciso di ritentare, continuando a puntare sui giovani provenienti dal Paese delle Aquile e così è andata a imbarcarsi in una nuova relazione con un albanese.

    Scontata la reazione del padre che si è violentemente opposto da subito a questa relazione della figlia, arrivando alle parole grosse e, addirittura, ponendo la questione come un “aut-aut”: o troncare con il fidanzato o andarsene di casa con la figlioletta.

    Evelina non ha accettato il diktat ed è rimasta in casa con la bambina, continuando a frequentare il giovane albanese; ed allora ecco l’ennesima “richiesta di scelta” avanzata dal padre: o fuori di casa lei o fuori di casa lui (cioè il padre); anche in questo caso non è successo proprio niente e tutto è continuato come prima.

    Il padre, dopo essere andato ad abitare dal fratello, ha continuato a rimuginare sulla vicenda, forte del detto “errare è  umano, perseverare è diabolico” ed è tornato a chiedere alla ragazza di abbandonare il fidanzato,; anche tutto questo non ha sortito nessun effetto e allora…arriviamo a domenica sera, anzi a domenica sera inoltrata.

    Sono le 22.30, quando la vicenda ha il suo drammatico epilogo: il padre attende Evelina di fronte a casa e, al culmine dell’ennesima lite e dell’ennesimo rifiuto di lasciare il fidanzato, la colpisce alla gola con un punteruolo che nascondeva in tasca; quindi fugge, mentre la ragazza, in un lago di sangue, viene condotta dal 118 al vicino Ospedale, dove – per fortuna - riscontrano che la  ferita non le ha procurato danni vitali alla carotide e quindi tra quindici giorni sarà probabilmente dimessa.

    Il padre è stato trovato ingenuamente nascosto in un giardinetto vicino a casa ed è stato portato, distrutto dal dolore, in caserma per i successivi accertamenti.

    Da notare che l’intera vicenda era già stata portata all’attenzione  dei servizi sociali del Comune, quando la moglie si era rivolta per chiedere aiuto in merito all’allontanamento del marito a seguito della forte contrarietà nei confronti della figlia innamorata – ancora una volta – di uno straniero e sempre di un albanese; per il padre, evidentemente era un chiodo fisso, una sorta di persecuzione della sorte che faceva mettere insieme la propria figlia sempre e soltanto con albanesi.

    Della vicenda, dopo aver dato per scontata la cattiva gestione del padre verso la relazione della figlia, dobbiamo anche prendere in considerazione la circostanza che l’uomo ha ritenuto tutta la storia come una sorta di “cattiva sorte” che  si stava avviando sullo stesso binario della precedente.

    Del resto la nostra Evelina ha mostrato di avere una forte predilezione per gli albanesi, tant’è vero che su Facebook si è iscritta ad un club intitolato “fanculo a tutti quelli che odiano gli albanesi”, mostrando così la sua profonda convinzione razziale e dando però origine a tutti i guai con il padre. È un esempio di tentativo di integrazione razziale (magari mal riuscito)? Non lo so, ma è comunque qualcosa su cui riflettere!

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    LA MORTE NON E' "VIRTUALE"

    di sestinif (12/10/2009 - 14:29)

    Nel mio “zibaldone” del 9 scorso, ho parlato di un suicidio drammaticamente strano: una giovane diciannovenne che entra in classe e – senza proferire verbo e senza lasciare niente di scritto – si lancia dal quinto piano.

    Rimaniamo nello stesso ambito e parliamo di un caso completamente diverso, in cui un ragazzo di 15 anni, di Torre del Greco, ha annunciato il proprio suicidio addirittura su “Facebook”, costruendo una sorta di conto alla rovescia, quindi ha scritto un biglietto per la famiglia, nella quale – rivolto a padre e madre – afferma che non è colpa loro se è arrivato a questo punto, dopo di che si è impiccato nella sua stanza ed è morto.

    Carlo – questo il nome del ragazzo suicida – forse aveva pensato di trovare compagnia alla sua solitudine tra le righe “virtuali” di Facebook, sul quale stava scandendo un macabro conto alla rovescia “meno due, sto arrivando all’aldilà” e poi “meno uno, sto arrivando all’aldilà”, fino al momento fatale.

    Nessuno dei numerosissimo frequentatori del popolare social network è intervenuto con Carlo per cercare di scongiurare l’evento; nessuno si è preoccupato di quello che sarebbe potuto accadere; nessuno ha preso sul serio l’avvertimento, considerandolo, forse uno dei soliti giochetti virtuali del web; e invece era tutto vero e Carlo, allo scoccare dell’ora “x” si è lanciato di sotto con la corda al collo ed è spirato.

    Qual è stato l’elemento scatenante che ha indotto Carlo al gesto fatale? Nessuno lo sa, né i genitori – ovviamente distrutti dal dolore – e neppure gli amici di scuola che anzi gli si rivolgono con una frase che mostra la totale non conoscenza della situazione: “Scusaci, non abbiamo capito nulla, non abbiamo capito il tuo disagio”.

    Nessuno, neppure sul social network ha fatto niente “prima”; ma “dopo” si è aperto un dibattito serrato, una sorta di atto di dolore collettivo e pubblico; in poche ore si sono costituiti due gruppi di discussione: il primo “Saluto a Carlo”, con migliaia di partecipanti,  l’altro “Per tutti quelli che conoscevano Carlo”, con alcune decine.

    Viene fuori uno spaccato amaro dell’universo dei teenagers, costellato da frasi fatte, ma anche da alcune molto sentite e assai intelligenti; ne cito due che mi sembrano significative: “Conosco il male che ti ha divorato e ho visto il mostro che ti ha trascinato nell’oscurità con se e per questo mi scende una lacrima amara” e l’altra che sembra vicina alla soluzione “Purtroppo questo mondo di merda non è adatto a persona di animo buono specialmente quando si ha 15 anni, dove se non ti vesti in un certo modo e non ti atteggi in un certo modo, nessuno ti considera”; ma qualcuno è anche più concreto e scrive “Sono convinta che tu volevi essere fermato e volevi essere aiutato”.

    Ma l’intervento più azzeccato, quello che vorrei avere fatto io, se frequentassi quel social network, quello che ci mostra una ragazza che “ha capito”, proviene da tale Monica che dice “Purtroppo viviamo in un mondo dove regna l’indifferenza, dove non si riesce più a distinguere il reale dal virtuale. Carlo ha usato facebook per chiedere aiuto, ma nessuno se ne è accorto o, ancora peggio, nessuno credeva che facesse seriamente; non c’è colpa di nessuno….c’è solo solitudine e incomprensione”.

    In sostanza, un ragazzo di 15 anni, per giorni ha riempito la propria bacheca su facebook di indizi circa il proprio disagio, arrivando a scrivere frasi che annunciavano l’intenzione di abbandonare questo mondo; i suoi amici hanno letto ma non hanno capito; non c’è stato un cane che gli abbia chiesto “ma scherzi o fai sul serio?”. Hanno forse pensato che si fosse sul “virtuale” o che fosse un nuovo gioco? Adesso, forse, alcuni di loro avranno capito che la morte è “vera e tragica” e non gioca con nessuno!

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    IL NOBEL PER LA PACE A OBAMA

    di sestinif (10/10/2009 - 14:24)

    Quando mi hanno comunicato la notizia che il Presidente USA, Barack Obama, dopo soli 9 mesi di governo del Paese (e del Mondo) era stato insignito del Premio Nobel per la Pace, pensavo che volessero prendermi in giro, poi ho dovuto accettare la cosa e mi sono messo a pensarci sopra: ecco i risultati di questi pensieri.

    Anzitutto, la sorpresa che ha colto la mia modesta persona è la stessa che ha avuto Obama, il quale come prima dichiarazione, ha detto “cercherò di meritarlo”, conscio quindi che “ancora” non ha fatto niente per essere Nobel per la Pace; da notare – e non sembri una battuta – che subito dopo avere appreso la notizia e averla commentata, si è diretto a presiedere un “gabinetto di guerra”.

    Addirittura c’è  qualche commentatore politico americano che invita Barack a rifiutarlo, a rispedire il premio al mittente (“declina gentilmente, dì che sei onorato, ma ancora non hai ottenuto niente di quello che volevi ottenere”); chiaramente questa mi sembra fantascienza, e non credo che potrà avvenire.

    Per la cronaca, il Presidente è stato premiato “per gli sforzi volti al dialogo e al disarmo nucleare”; ovvio che questi “sforzi” non abbiano ancora sortito alcun effetto, ma se vediamo la cosa sotto un’altra lente – quella dell’incoraggiamento – il tutto ha una sua logica; mi viene in mente il mio Professore di matematica che diceva a mio padre: non se lo meriterebbe, ma a titolo d’incoraggiamento gli ho dato la sufficienza.

    I “colleghi” Presidenti di tutto il mondo si sono fatti in quattro per applaudire la decisione di Oslo, salvo il solito Ahmadinejad che – attraverso un suo consigliere – ha rilasciato questa dichiarazione: “speriamo che il premio lo inciti a perseguire la via che porta alla giustizia nel mondo”: da notare che è stato usato il verso “perseguire” e non “proseguire”, come a dire che finora non ha imboccato la strada che gli viene suggerita.

    Il premio potrebbe però rivelarsi anche un’autentica trappola per il Presidente Obama, in quanto lo condizionerebbe nelle scelte strategiche che il comandante supremo dell’esercito più forte del mondo (con un bilancio annuale di 550miliardi di dollari l’anno) deve prendere; prima di tutto la “exit strategy” per andarsene definitivamente dall’Iraq e quella per abbandonare l’Afghanistan: la prima è già stata abbozzata dal generale Petraeus sotto l’amministrazione Bush, mentre la seconda è tutta ancora da disegnare e ha ricevuto un ammonimento preoccupante del comandante delle truppe in quel teatro d’operazioni, che recita press’a poco così: “se non mi mandate 30 o meglio 40 mila uomini di rinforzo, si rischia di perdere rovinosamente la guerra”.

    Influirà sulle decisioni di Obama il Premio Nobel per la Pace? Non credo, in quanto l’uomo è intelligente e aspira a completare le sue idee politiche in questo mandato e rifinirle nel prossimo quadriennio; e di questo Premio tra un anno o poco più non se ne parlerà più, mentre della situazione delle truppe NATO (in prevalenza americane) in Afghanistan se ne parla in continuazione.

    E vorrei aggiungere che sul fronte interno – dopo il calo dei sondaggi per la riforma sanitaria non ancora portata a termine – questa onorificenza sembra calata a pennello; se non altro mostra al popolo americano che il loro presidente è ammirato dal Mondo intero (anche se i signori del Comitato di Oslo non sono rappresentativi dell’Umanità); forse – ma ne sono certo – i prossimi sondaggi di gradimento, si porteranno verso l’alto e tranquillizzeranno il bravo Obama. Ovviamente ci aspettiamo delle prese di posizione coerenti con il Nobel, ma siamo certi che Obama non ci smentirà. Almeno lo speriamo.

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