BANDITO IL DALAI LAMA
Ricorderete che alcuni giorni fa ho accomunato la democrazia con il capitalismo e, di conseguenza, con l’assenza di qualsiasi valore – sia etico che religioso – in cambio del denaro, vero ed unico dio (minuscolo per calcolo) da adorare e rispettare.
Accanto a questo principio informatore, esiste un corollario di dei minori, ma egualmente importanti, uno dei quali è la continua ricerca di nuovi mercati che possano continuare a ricevere le merci che il mondo capitalista continua (e deve continuare, pena la fine di tutto!!) a produrre.
Nella continua ed incessante ricerca dei mercati da esplorare e colonizzare, al primo posto – per imponenza abitativa e per grandezza geografica – vi è senza dubbio
Ma torniamo al mercato cinese: ogni imprenditore italiano degno di questo nome ha sperato di approvvigionare quella popolazione con la sua produzione e, in tanti sono riusciti nell’intento, tant’è vero che esiste una Fondazione Italia-Cina, diretta da Cesare Romiti, che tiene a battesimo gli ardimentosi esploratori.
Il problema della Cina, a mio avviso, è che non intende affatto essere considerata una zona da colonizzare, forte come è della gran massa di mano d’opera da mettere in campo per realizzare numeri produttivi mirabolanti, per noi inimmaginabili.
Una delle cose che ancora in Cina non riescono a digerire – nonostante tutti i passi sulla modernità che sono stati fatti – è quell’anziano signore che coperto da una lunga tunica color porpora, con le braccia scoperte ed i piedi calzati in semplici ciabatte, gira per il mondo per raccontare – a chi lo vuole ascoltare – di come
Sembra che a Pechino ci sia un ufficio che si occupa di seguire da lontano le visite del Dalai Lama e intervenire presso i governanti di quei paesi, avvertendoli che se riserveranno al personaggio tibetano delle attenzioni assimilabili a quelle di un capo di stato, i rapporti con
Nel suo peregrinare per il mondo, il signore con la tunica passerà anche dall’Italia e si aspetterebbe di essere ricevuto da qualche personalità e di poter fare qualche discorso in qualche sede importante; invece niente! Tutte le autorità, con in testa il compagno Bertinotti, si sono allineati al diktat cinese e gli hanno chiuso in faccia tutte le porte, ripetendogli che lui è un capo spirituale e non politico e quindi vada a farsi ricevere in Vaticano; ma anche lì – ora che sono stati allacciati i primi rapporti per i vescovi cinesi ed europei – non sono previste accoglienze particolari.
Ed i cinesi ringraziano e contraccambiano: timide aperture su una maggiore flessibilità dello Yuan (la moneta cinese) che ha un tasso di cambio troppo basso e che tutte le autorità monetarie europee vorrebbero che subisse un forte apprezzamento.
L’unico che ha ricevuto il Dalai Lama in pompa magna e gli ha consegnato una prestigiosa medaglia del Congresso, è stato Bush, sostenuto nell’occasione da tutti i senatori e deputati: non c’è che dire, un bel coraggio!!
Noi finora avevamo Pannella che lo riceveva, ma temo che abbia smesso anche lui!!
BRAVO PRODI !!
Dopo i “bamboccioni” del Ministro Padoa Schioppa, è adesso la volta dei “fannulloni” del Presidente del Consiglio Prodi: proprio così, il nostro Premier ha definito i dipendenti pubblici e lo ha fatto non in una cena privata, ma dal palco dell’assemblea annuale della C.N.A.: “nel pubblico impiego si toccano punte di assenteismo del 30%” ha dichiarato sconsolato.
Facciamo un po’ di conti: dei circa 4 milioni di dipendenti pubblici, quasi un terzo – poco meno di un milione – prende lo stipendio a fine mese senza aver lavorato; si dirà: se è stata individuata la malattia, è facile trovare il rimedio.
E invece Prodi ammette che proprio facile non è: “non si ha idea delle resistenze che incontriamo, non solo nell’amministrazione centrale, ma anche in quella periferica; c’è una volontà corale alla conservazione dello stato delle cose” ed a me è sembrato di risentire il vecchio slogan degli anni settanta che recitava: “l’assenteismo è nostro e ce lo gestiamo noi”, oppure l’altro “lo stipendio è un diritto; se volete che lavori mi dovete pagare a parte”.
E proprio quest’ultimo slogan sembra fatto apposta per quello che ha raccontato Prodi: in occasione di una riunione riguardante la materia dell’assenteismo, qualcuno, senza scomporsi ha dichiarato: “noi abbiamo un’idea chiara da proporre; diamo un premio di presenza a chi lavora”; chi sarà stato? Prodi non lo ha detto, ma si sente puzza di sindacato; comunque il Presidente del Consiglio ha replicato con una battuta degna di nota: “Se il salario non è un premio di presenza non so cosa dire”.
Evidentemente Prodi sta lanciandosi in una sacrosanta battaglia sul fronte della moralizzazione e dell’efficienza della pubblica amministrazione, anche perché i dati parlano da soli e danno una verità sconsolante: se è vero che il 30% degli impiegati pubblici è giornalmente assente, vuol dire due cose: o c’è il 30% di personale in più, oppure viene erogato un 30% di servizi in meno; in entrambi i casi il problema è grosso.
Su questo problema di cattiva amministrazione pubblica, ci sono due commenti da fare: il primo è che alla base di tutto c’è una sorta di “cattivo esempio” che le alte e medie sfere dello Stato danno ai piccoli impiegati, i quali si sentono in dovere di affermare: “ma come, se non fanno niente loro perché dovrei lavorare proprio io??!!”.
Come ho sempre affermato, il problema del pessimo andamento delle amministrazioni pubbliche discende in massima parte dalla poca volontà di impegnarsi da parte della “media dirigenza”, la quale preferisce acquattarsi nel non far niente anziché dare un buon esempio ai dipendenti: così facendo, i sottoposti traggono un pessimo esempio e, a loro volta, si impegnano nel fare il meno possibile.
Il secondo commento discende da una considerazione: 4 milioni di persone sono altrettanti voti, forse ancora di più se contiamo le varie famiglie; è ovvio che ci siano delle lobby che cercano di manovrare questi voti a beneficio di uno o dell’altro partito; se poi ci riescano è tutto un altro discorso, ma il fatto che dalla finanziaria di quest’anno
TREMATE, LE STREGHE SON TORNATE !!
Non molti dei miei lettori sapranno che lo slogan che fornisce il titolo a questo post era uno dei gridi di battaglia del movimento femminista negli anni a cavallo tra il ’60 e il ’70: ebbene, quel grido lo abbiamo sentito riecheggiare nuovamente nelle vie e nelle piazze di Roma, nella manifestazione contro la violenza alle donne, argomento che meriterebbe non uno ma cento cortei; vediamo come è andata.
A vederle sfilare con i soliti slogan e con il gesto delle due mani che formano un rombo schiacciato a simboleggiare l’organo femminile, mi sono venuti in menti tanti ricordi di quello che fu il femminismo, di quante speranze erano riposte in quelle lotte che, al momento, erano velleitariamente rivolte soltanto contro l’uomo/maschio.
Sinceramente, in quegli anni avevo sperato che il mondo potesse cambiare per effetto di una rivoluzione condotta dalle donne, ma poi il sistema, il lurido sistema, fece rientrare tutto in un alveo privatistico e tolse dalle strade dei personaggi scomodi che in quel tempo erano diventate famose: anche le dirigenti, le cape del movimento scomparvero dalla circolazione ma solo perché il potere trovò loro dei bei posti lautamente pagati, ma dove non contavano niente.
E adesso? Adesso si assiste ad un rigurgito di volontà di lottare, ma non si capisce (o almeno io non capisco), dove si voglia andare a parare: il motivo della manifestazione era la legge sulla violenza presentata dal ministro Pollastrini (“meno pollastrine e più ribelli galline”) della quale viene contestato il succo del provvedimento con questo slogan “se la violenza è sotto il tetto che ci facciamo con questo pacchetto?”.
In tutti questi slogan, in queste contestazioni, mi sembra di notare un feroce ed esasperato “grillismo”, specie nelle contumelie rivolte alle “donne ministro o solo onorevoli” con una generalizzazione delle colpe che non conduce a niente di buono.
Anche
C’erano anche onorevoli dell’opposizione e si sono prese le loro fischiate, tanto per accomunare tutte le donne nello stesso destino; ci potremmo chiedere il motivo per il quale “tutte” queste donne che rappresentavano una qualche autorità sono state fischiate; forse viene loro imputato di essersi vendute al potere per fare carriera e per raggiungere posti di prestigio: non hanno tutti i torti!!
A dimostrazione della poliedricità dell’evento, c’era anche un gruppo di ragazze e bambine rom che innalzavano un cartello – in romeno, albanese, russo ed arabo – nel quale si poteva leggere: “La violenza sulle donne non ha colore, né religione, né cultura, ma solo un sesso: il maschio”. C’è qualcuno che se la sente di dar loro torto??
Ho parlato delle contestazioni alle donne, ma alla manifestazione c’era anche qualche uomo (giornalisti, fotografi, cameraman) che non sono stati soltanto contestati ma…semplicemente cacciati.
Cosa potremmo augurarci da quello che è successo ieri l’altro a Roma? Che il movimento femminista prenda coscienza delle proprie aspettative e cerchi di sviluppare un discorso comune contro il potere, tenendo comunque presente che al giorno d’oggi, il potere – quello vero – non fa distinzione tra uomo e donna e quindi anche loro farebbero bene a comportarsi allo stesso modo se intendono combatterlo.
Sapete qual è il mio timore (ce l’avevo anche quaranta anni fa): che le donne riescano a scardinare la porta del palazzo e che poi i primi ad entrarci siano i soliti uomini!!
LEGGE ELETTORALE
Dopo lo “spariglio” di Berlusconi con il nuovo partito e l’invocazione di nuove elezioni, si fa un gran parlare di legge elettorale e le voci maggiormente ricorrenti si rifanno a quella vigente in Germania, dove si vota con il “proporzionale” e con uno sbarramento al 5%.
Adesso, alla ricerca del “sempre più nuovo”, alcuni commentatori politici stanno portando alla ribalta il sistema elettorale russo; sì, avete letto bene, “russo”, infatti dalla sgangherata patria di Putin, mezza turbocapitalista e mezza fascista, si vorrebbe importare il meccanismo con cui vengono eletti i deputati della Duma; vediamo di cosa si tratta.
Anzitutto diciamo subito che anche qui siamo in presenza di un sistema proporzionale, ma lo sbarramento è al 7% ed il sistema prevede una serie di norme un po’ particolari: anzitutto il divieto di coalizioni strumentali e rescindibili (come controllarlo!!), poi divieto di cambiare partito ad elezione avvenuta.
Come risultato,
È ovvio che questo meccanismo e le successive disposizioni comportamentali, porta i partiti a fare i loro conti e ad accorparsi con qualcuno, per evitare la tagliola dello sbarramento ed essere spazzati via; ma siamo sicuri che in fase di votazioni e durante l’operatività pratica del governo i partiti non si riprendano il proprio emblema e si atteggino a quello che erano prima del voto e non dopo?
Non conosco i dati riguardanti il funzionamento del meccanismo in Russia, ma la differenza sostanziale con la nostra situazione è che da noi non esiste una sola norma che preveda una figura come quella di Putin, con i super-poteri che si ritrova e con la possibilità di fare e disfare a suo piacimento.
Da noi il Premier subisce una serie infinita di condizionamenti dai partiti della propria coalizione e se non accetta i diktat di questo o di quello, poi si trova a scontare il fio nelle votazioni parlamentari.
Ma questa è democrazia? Gaetano Mosca, nel suo “La classe politica” afferma che “Cento che agiscono sempre di concerto e d’intesa gli uni con gli altri, trionferanno sempre su mille presi uno ad uno che non hanno nessun accordo tra di loro”; dato questo assunto, possiamo dire che la democrazia non è “rappresentativa”, bensì un sistema di “minoranza organizzata”, di oligarchia, di aristocrazie mascherate – sia politiche che economiche – strettamente intrecciate fra di loro e, assai spesso con i poteri non propriamente puliti della società.
E il nostro ruolo? Scegliere, ogni cinque anni – legittimandola, come l’unzione del Signore legittimava il Re – da quale oligarchia preferiamo essere dominati, schiacciati, umiliati: in concreto, rendiamoci conto che il nostro ruolo è solo quello di sudditi, chiamati ad obbedire e basta.
Come se ne esce da questa condizione? Bisogna che prima di ogni altra cosa l’uomo di renda conto di questa truffa politico-istituzionale e solo allora potrà agire per ripristinare un ordine nuovo; non credo che ciò sia imminente, sicuramente non sarà la mia generazione, ma forse neppure la prossima; certo che più si aspetta e più si pensa che “meglio di così non si possa stare” e allora ho paura che siamo fregati veramente!
FACCIAMO CAPOLINO IN GERMANIA
Quando ho letto la notizia non credevo ai miei occhi: i deputati tedeschi hanno conquistato un aumento di stipendio del 9,% scaglionato in due anni: sapete quanto viene loro di aumento? Trecento euro subito ed altrettanti nel 2009!!
Volete sapere perché? Perché il loro stipendio supera di pochissimo i settemila euro mensili e quindi, se fate la moltiplicazione, il conto – grosso modo – torna; quello che non torna è l’importo degli stipendi dei citati onorevoli che è meno della metà di quello di un deputato o senatore di casa nostra; e poi sono anche la metà in fatto di numeri, essendo 490 contro i quasi mille dei nostri.
Eppure, i bravi tedeschi si sono arrabbiati moltissimo per questi aumenti ed il commento più diffuso è stato “vergognoso”, questo sia da parte degli elettori di destra che da parte di quelli di sinistra. I “colpevoli” si sono giustificati ricordando che da cinque anni i loro stipendi erano congelati e che l’incremento del 9% equivale all’incirca al tasso d’inflazione.
Comunque i deputati sono stati tutti d’accordo nel votare l’aumento: solo l’estrema sinistra, guidata da Lafontaine (detto Oskar il rosso) hanno dichiarato di essere impossibilitati a rifiutare l’aumento, ma i trecento euro li daranno in beneficenza; questa cosa non l’ho mai sentita da noi, forse perché c’è “il partito” che mette le mani in tasca agli onorevoli e quindi non consente nessuna beneficenza.
Lo sdegno della gente non accenna a diminuire e si chiede che i deputati siano obbligati a rendere pubblici tutti i loro introiti, di qualunque genere; in Germania infatti – al contrario di quanto avviene da noi – la privacy è assoluta per tutti e non è lecito pubblicare la dichiarazione dei redditi di un contribuente, sia esso un onorevole o un semplice impiegato di banca.
Dopo questo tentativo di andare oltre la privacy, si va oltre, in quanto ci sono delle richieste apparse sulla stampa in cui si vorrebbe rompere un altro tabù: vietare ai deputati di svolgere qualsiasi attività oltre quella politica; in pratica, ogni reddito supplementare – se non proviene da beni di famiglia – diventerebbe illecito e sarebbe addirittura penalmente perseguibile.
Ma torniamo alla nostra italietta; anzitutto dobbiamo notare che noi siamo bravissimo, non solo nel l’aumentarci lo stipendio, ma anche nel creare situazioni “fantasma” che poi portano un grosso tornaconto a “qualcuno”: mi riferisco ad una struttura che dal 1990
Si tratta del Comitato Nazionale per il collegamento tra il governo italiano e
Come è detto sopra,
RICORDATE I FILM WESTERN ??
I film a cui alludo sono, ovviamente, i vecchi western, dove si fronteggiavano indiani e cow-boy e dove ho udito uno slogan che mi è sempre rimasto impresso: “l’unico indiano buono è un indiano morto”.
Lo stesso slogan credo che lo potremmo applicare – noi italiani – ai romeni che vivono in Italia: in questi giorni si stanno sprecando gli elogi funebri per il piccolo Fiorin, il piccolo venuto dalla Romania con i genitori e con i due fratellini; una famiglia povera ma onesta, con un padre che si dannava l’anima per portare a casa un tozzo di pane, lavorando dove lo chiamavano con il sistema del “saltuario” adesso tanto caro alla nostra economia, la madre in casa – una piccola baracca in lamiera – con il compito di tenere pulito l’ambiente per i bambini, tutti frequentatori di una scuola, e per il marito quando tornava a casa: un malaugurato incendio ha ucciso il piccolo Fiorin e gettato il resto della famiglia nella disperazione più nera.
Una famiglia, badate bene, simile a tante nostrali, nella quale la miseria la fa da padrona, con l’unica differenza che le poche istituzioni pubbliche che si occupano di questi casi di miseria, la famiglia romena – seppure la vedono – la mettono agli ultimi posti della graduatoria di quelli da aiutare, fedeli allo slogan che ho sopra enunciato.
C’è qualcuno di voi che conosce uno o più romeni? Io, da parte mia, posso citarne un paio: il primo è un ragazzo di poco più di trenta anni, diplomato in Romania, che si adatta a fare il manovale nel nostro paese; l’altro è una ragazza, una badante, laureata in economia nel suo paese, affezionata alla famiglia dove lavora come loro sono affezionati a lei.
Se chiediamo loro di raccontarci qualcosa della vita in Romania ai tempi di Ceausaescu, vi dicono che il diritto al lavoro era garantito e gratuito per tutti e che non c’erano difficoltà a trovare lavoro; i salari e le pensioni erano decorose e comunque sufficienti perché il costo della vita era basso, i prezzi stabili e la roba da comprare poca e di scarsa qualità: in sostanza, possiamo dire che l’essenziale era garantito, il superfluo un sogno!
L’apertura del libero mercato, l’arrivo della libertà e della democrazia (!!!???) ha totalmente disgregato la società, nella quale si registrano situazioni di ricchezza mostruosa a fronte di tantissime realtà di miserabili che non hanno di che vivere e quindi, se possono, emigrano verso i “paesi del sogno”.
Inoltre – e qui sta la molla più importante – una cosa è essere poveri dove tutti sono poveri e l’altra è esserlo laddove brilla un’opulenza vistosa e vissuta come offensiva nei confronti di chi muore di fare.
Questo è il cocktail micidiale che ha scatenato la fuga dalla loro patria ex-comunista e l’arrivo nell’Europa occidentale dove avevano visto che c’era benessere per tutti; questo benessere per loro non c’è stato e non c’è tuttora e quindi, in alcuni casi, si è scatenata la violenza.
L’errore, forse, è stato quello di immettere brutalmente nelle società ex-comuniste, l’economia del “capitalismo reale” senza salvare prima le povere ma concrete conquiste del “socialismo reale”; si è confuso le riconquistate e sacrosante libertà civili con il “libero mercato”.
Ma non sono la stessa cosa e molti di loro si sono trovati a passare da una dittatura all’altra, dove quest’ultima è rappresentata dalla “dittatura del capitalismo” con tutti gli obblighi cui il singolo cittadino è sottoposto: uno a caso, la sudditanza dal denaro!!
QUESTA E' LA NOSTRA SOCIETA'
Mi scuso in anticipo se in questo mio ennesimo sfogo, mi lascerò andare a momenti di amarezza e ad altri di arrabbiatura: del resto l’argomento è stato varie volte da me sviscerato e, tutte le volte, mi sembra che le cose vadano sempre peggio.
Dunque, prima una notizia che non esagero a definire “mostruosa”: ricordate che qualche tempo fa (ne ho parlato anch’io nel mio blog) un romeno di 22 anni, tale Marco Ahmetovic, una notte di aprile, completamente ubriaco, si è messo alla guida del suo furgone ed ha ucciso quattro giovani; arrestato dalla Polizia, è stato processato e condannato a sei anni e mezzo di carcere per omicidio colposo plurimo, pena che peraltro sta scontando in un residence di Rimini; non mi chiedete come abbia fatto a scansare il carcere perchè è un mistero anche per me; sono sicuro che tutto è stato fatto secondo la legge, ma per me rimane il mistero.
Comunque torniamo al nostro giovane Marco che, dall’eremo del residence riminese, dovrebbe fra non molto uscire, perché è stato ingaggiato da una casa di moda con un cachet di 30.000 euro per diventare il “testimonial” di una collezione di jeans disegnata apposta per lui: la “romjeans”.
Mettiamoci per un attimo nei panni dei genitori dei quattro ragazzi falciati dal neo-modello e domandiamoci quale oltraggio debbano ancora subire, dopo aver visto l’assassino dei propri figli soggiornare amenamente in un residence di una cittadina romagnola, senza aver scontato neppure un giorno di galera.
Chiediamoci adesso quale molla abbia agito per ingaggiare un assassino quale testimonial di pantaloni rivolti principalmente a giovani: credo che in questa società si tenda a spettacolarizzare tutto, anche quello che si dovrebbe condannare; mi sembra che siamo in presenza di una operazione di un cinismo unico, che cerca di speculare sui clamori televisivi ma anche utilizza l’immagine di un assassino per vendere la propria merce: direi che, se accettasse, il nostro mondo pubblicitario potrebbe utilizzare Totò Reina, specie dopo il telefilm di Canale 5, per reclamizzare un tipo di passata di pomodoro oppure una nuova pizza e fare il gioco di parola con i “pizzini”!!
Ma la colpa, amici miei, non è dei pubblicitari ma dell’intera società; guardate che cosa si trova su un quotidiano nazionale (non su “Chi”, o “Novella
Del resto, come volete che riesca a raccapezzarmi su questo mondo, se dell’articolo sopra riportato non conosco neppure un nome, ma neppure uno! Come faccio ad imparare? Chi mi può insegnare? Mi spiegate che diavolo è “un tronista”? E’ un aspirante a qualche trono? Ma non c’è
CRESCITA SOSTENIBILE
Il termine “crescita sostenibile” è stato coniato dagli ambientalisti per significare uno sviluppo economico che non incida troppo sulle caratteristiche del nostro pianeta, insomma che non continui a fare i danni che ha fatto finora o, almeno, limiti questi danni il più possibile.
In questo mio intervento provo a rovesciare i termini del problema per vedere dove ci conduce questo ragionamento: anzitutto dobbiamo renderci ben conto che il nostro modello di sviluppo è basato su una crescita esponenziale; tale crescita è finora avvenuta sia in senso “orizzontale”, cioè con la scoperta di nuovi mercati, che in senso “verticale” cioè con la creazione di sempre nuovi prodotti.
Adesso, dopo che il mondo occidentale ha inglobato
Se mi date per buono questo assunto, dovete convenire con me che il nostro sistema (sia economico che politico) essendo basato sulla continua crescita esponenziale, nel momento in cui questa si ferma, è destinato ad implodere su se stesso e sarà quello che alcuni definiscono “il big bang economico”.
Cosa potrà avvenire dopo questa immane catastrofe non è facile prevederlo (almeno io non ci riesco); forse potremmo ipotizzare che un dopo neppure ci sia o sia un sostanziale regresso , del tipo di quello che avvenne in occasione della caduta dell’Impero romano: l’avvento del feudalesimo europeo con tutto quello che ne è conseguito sia sul piano storico che politico.
Forse potremmo riprendere a ragionare su basi diverse dall’imprescindibile sviluppo e rimettere l’uomo al centro dello sviluppo, facendogli riprendere il posto di preminenza che la tecnologia e, in concreto questo tipo di economia, gli ha tolto.
Però abbiamo un problema: l’attuale sistema economico sta diventando a livello planetario, perché ogni popolo anela ad arrivarci, anche quelli talmente arretrati che sanno bene quanti sacrifici in termini di risorse umane dovranno pagare.
E quindi se il sistema – che è planetario – implode e crea la catastrofe anche questa sarà planetaria e investirà non solo l’uomo, ma tutte le creature del pianeta.
Quindi, ed ecco che si ritorna all’origine di questo mio ragionamento, quando si chiede una “crescita sostenibile”, siamo ormai fuori tempo massimo: noi esseri umani dovremmo cominciare a lavorare fin da subito per una “decrescita” – anch’essa esponenziale come la crescita – inculcando nella gente l’idea che questo modo di vita ci condurrà ineluttabilmente verso una catastrofe; magari non accadrà alla nostra generazione ma alla prossima oppure a quella dopo, certo che qualcuno dovrà scontare le pecche di questo sviluppo disarmonico che non può produrre altro che lacrime.
Ma l’uomo non torna indietro nel suo “way of life”; solo un evento drammatico può rimescolare le carte e indurre il grande mazziere a ridarle in modo diverso: finora, nello scorrere della storia, gli sviluppi dell’umanità sono passati da periodiche guerre catastrofiche che hanno quasi sempre rimodellato il progresso; adesso è oltre mezzo secolo che non succede (per fortuna) un evento bellico nel mondo occidentale e questo ha portato lo sviluppo a espandersi in modo disordinato e senza alcun freno.
Possibile che l’uomo abbia bisogno di queste prove per correggersi??
ZIBALDONE N.11/2007
Tre cose mi hanno colpito in questi ultimi tempi e di queste desidero parlare con i miei affezionati lettori, sperando di suscitare anche in loro lo stesso interesse.
Un breve antefatto: come tutti sappiamo, il cosiddetto “ultimo miglio” è ed è rimasto di proprietà Telecom, nonostante tutte le nuove aziende arrivate, sia italiane che straniere; quindi, solo Telecom può sistemare nel modo migliore questo dannatissimo ultimo miglio, che poi sarebbe l’entrata in casa del doppino telefonico; i disgraziati utenti che hanno un abbonamento telefonico di vecchia data (diciamo venti anni), hanno la sfortuna di avere il proprio doppino telefonico allogato in centrali telefoniche di vecchia generazione (meccaniche e non elettroniche) e quindi non idonee a supportare la banda larga: tutto qui il problema; basterebbe smantellare le vecchie centrale e costruirne di nuove.
Credo che un intervento statale sarebbe quanto meno auspicabile – è già il terzo governo al quale rivolgo l’appello – in quanto siamo in presenza di un monopolista che non ha interesse ad adeguare il proprio standard in quanto incassa ugualmente i soldi da coloro che usufruiscono del proprio prodotto.
Mi sembra scandaloso, forse perché ne sono implicato in prima persona e so io quanto tempo occorre per mettere on-line questi miei scritti!!
Se ricordate il mio post di qualche giorno addietro, ho affermato la stessa cosa e questo a dimostrazione che le cariche contro
All’indomani dell’ordinanza si sono mossi il C.S.M. ed il Procuratore Generale della Cassazione che hanno aperto un’inchiesta sull’accaduto: tutto questo perché il GIP torinese – non so quanto inconsciamente – ha surrettiziamente modificato un parametro dell’ordinamento giudiziario e cioè ha abolito “l’obbligatorietà dell’azione penale”, decidendo di non procedere per un reato accertato: e questo ci allinea all’ordinamento anglosassone da tutti rifiutato per principio.





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